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  • sabato 11 Agosto 2012

Come vanno le cose in Afghanistan?

Per la prima volta dopo anni il numero dei morti tra i civili è calato, ma è ancora molto difficile capire chi stia vincendo

Nei primi sei mesi del 2012, per la prima volta dopo anni, il numero delle vittime civili della guerra in Afghanistan è calato, secondo i dati della missione delle Nazioni Unite nel paese (UNAMA). La cifra totale è ancora altissima: 3.099 civili sono morti o sono stati feriti a causa degli scontri, ma si tratta del 15% in meno rispetto allo stesso periodo di un anno fa. I morti di cui è considerata responsabile la NATO sono il 10 per cento del totale (erano il 50% nel 2006) mentre il resto dei morti e dei feriti vengono imputati ai Talebani. Obama ha annunciato il ritiro di 23 mila soldati per la fine di quest’anno, e la diminuzione delle perdite tra i civili potrebbe essere un segnale incoraggiante in vista del ritiro completo, previsto per il 2014.

Anche se in diminuzione, 3.099 morti civili è un numero astronomico se comparato ai circa mille morti dei primi sei mesi del 2008. Non ci sono invece numeri certi sul numero totale di vittime civili causate da quella che è diventata la più lunga guerra mai combattuta dagli USA: si parla di una cifra che oscilla tra i 15 mila e i 35 mila morti (di cui, secondo le Nazioni Uniti, sarebbero per il 76% responsabili gli insorti).

Interpretare anno per anno queste statistiche, viene spiegato in un articolo su Danger Room (il blog su temi militari di Wired), è quello che fanno molti analisti e strateghi per capire come sta andando la guerra in Afghanistan, un conflitto che è sempre stato molto complesso da comprendere e con un andamento quasi sconosciuto al grande pubblico. Momenti di tregua e trattativa, infatti, si alternano con cadenza mensile ad altri periodi in cui il conflitto riesplode.

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Il rapporto dell’UNAMA, comunque, ha raffreddato subito gli entusiasmi di chi pensava che i dati del suo rapporto potessero significare una diminuzione di intensità nel conflitto. Secondo la missione ONU, il minor numero di morti è dovuto principalmente a un cambio di tattiche, piuttosto che ad una diminuzione degli scontri. In effetti, la NATO ha diminuito quasi della metà le sue missioni aeree, mentre i talebani hanno cambiato le loro tattiche, passando dai grandi assalti nei centri abitati (con alcune eclatanti eccezioni) agli assassini politici mirati e agli attentanti con IED, la sigla (sta per improvised explosive device) con cui le forze armate occidentali chiamano le bombe improvvisate e fatte esplodere a distanza, spesso poste lungo le strade in cui passano i convogli militari NATO. UNAMA, quindi, non afferma chiaramente che le cose in Afghanistan stanno migliorando.

Secondo i militari americani, invece, questo cambio di strategia degli insorti (e di conseguenza la diminuzione del numero di morti) è un segnale positivo. Utilizzare IED e attentati suicidi, afferma il Pentagono, è un sintomo di debolezza, poiché significa che gli insorti non dispongono delle forze necessarie a confrontarsi con le truppe NATO e governative a viso aperto. La diminuzione delle vittime civili, sostengono, è anche dovuta agli sforzi della coalizione di allontanare gli scontri dalle aree più densamente popolate. Kabul negli ultimi mesi è rimasta praticamente immune dagli scontri, che si sono spostati nelle province più remote ai confini col Pakistan.

Un altro segnale positivo lo ha lanciato, poche settimane fa, il nuovo ambasciatore americano in Afghanistan, James Cunnigham, che ha dichiarato al Congresso che per la prima volta dopo mesi i leader talebani stanno dando segnali di apertura alla trattativa. I primi colloqui Stati Uniti-talebani erano stati ammessi da Amid Karzai, presidente dell’Afghanistan, nel giugno 2011. Ma “i talebani” sono una galassia di gruppi e di persone anche molto diverse per orientamento ideologico e comportamenti concreti, con diversi appoggi e strategie anche a livello internazionale. Dopo un inizio promettente le trattative si arenarono, a causa di alcune fazioni talebane contrarie agli accordi che il 20 settembre 2011 uccisero in un attentato il capo negoziatore afgano. Un colpo ancora più grave alle trattative venne dato a marzo di quest’anno, quando un marine americano impazzì e, uscito dalla caserma, uccise 16 afgani, in gran parte donne e bambini.

(La strage di Panjway)

L’inizio del 2012 non è stato l’unico periodo in cui le vittime civili sono diminuite: era già accaduto nel 2007, un anno in cui la coalizione lanciò un’offensiva a tutto campo contro i talebani, riducendo le loro forze a un minimo di circa 10 mila insorti (oggi sono stimati in quasi il triplo). I generali americani però, si lamentavano di non disporre delle forze necessarie per completare il lavoro. Nei primi cinque mesi del 2008 si verificò quello che gli americani chiamano “the Surge”, cioè l’aumento, voluto da Obama, degli effettivi impiegati in Afghanistan dell’80 per cento: da poco meno di 30 mila, i soldati impiegati in Afghanistan arrivarono a quasi 50 mila.

Ma la strategia del “surge”, dopo quattro anni, sembra aver fallito. Mentre alcune zone del paese vennero rese sicure, altre andarono completamente fuori controllo. Il 2008, primo anno dell’aumento delle truppe americane, fu il più devastante per i civili dall’inizio della guerra. E i morti sono continuati ad aumentare negli anni successivi, fino alla decisione di Obama, all’inzio del 2011, di cominciare il ritiro.

foto: JOEL SAGET/AFP/GettyImages