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  • mercoledì 11 Aprile 2012

Il neoclassicismo di Roger Federer

Marco Imarisio spiega la bellezza estetica del tennis di Federer, contrapposto a quello muscolare e aggressivo di Djokovic e Nadal

Il sito della Lettura ha messo online il ritratto di Roger Federer scritto da Marco Imarisio e le riflessioni sul modo di giocare a tennis di Roger Federer: «neoclassico» e caratterizzato da una «bellezza estetica desueta e veloce» in contrapposizione al «cyber-tennis» muscolare e vitalistico di Novak Djokovic e del grande avversario Rafael Nadal.

Roger Federer si è ritirato, dal tennis e dal mondo. Le sconfitte per mano di avversari più muscolosi, adepti del cyber-tennis che avanza, lo hanno consegnato a un crepuscolo da semidio. Un giornalista si appassiona al mistero della sua improvvisa sparizione. Entra nella sua villa di Basilea. Lo trova sdraiato nella sala dei trofei, in posizione fetale. Sulla scrivania, i libri dei suoi filosofi preferiti. Il campione è discepolo del trascendentalismo di Henry David Thoreau, il rapporto con la natura come possibilità per l’individuo di ritrovare se stesso in una società che non rappresenta i suoi valori, e della metafisica della qualità di Robert Pirsig, la presenza del divino non solo nella bellezza del paesaggio ma anche negli ingranaggi del cambio di una Harley Davidson.

Il seguito di “Je suis une aventure”, romanzo esistenzial-filosofico del francese Arno Bertina (Editions Verticales) è un viaggio delirante che comprende il tentativo di furto della sua statua di cera al Madame Tussauds di Londra, e si conclude sulle rive del Niger, epilogo conradiano della traversata nel cuore di tenebra dell’idolo caduto.

Lo stiamo perdendo, la verità è questa. Non importa quanti tornei vincerà ancora: guardarlo significa ormai prepararsi alla sua assenza. Ci saranno ancora fiammate, come avvenuto in queste settimane. Lo aiuteranno a illudersi che tutto è come prima, che si può inchiodare a fondo campo anche l’età che avanza, non solo gli avversari. Ma il risveglio sarà inevitabilmente amaro. Per lui, per noi. In questo tennis, Federer è postumo in vita. Lo è sempre stato, forse, con quella bellezza estetica desueta e veloce. Il primo a capirne il potenziale mistico fu il mai troppo compianto David Foster Wallace, che in “Roger Federer come esperienza religiosa” (Edizioni Casagrande) tentò di spiegare l’elemento quasi esoterico nascosto in quei gesti leggeri. E dopo sono arrivati gli studiosi di filosofia, attirati dal paradosso di Federer, essere così moderno e così fuori dal suo tempo.

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