Internet ricatta la politica?

Blog e social network esaltano le critiche sbrigative e negative e bloccano i progetti a lunga scadenza, secondo Vittorio Zucconi che racconta le proteste del sindaco Bloomberg

Oggi Repubblica ha in prima pagina un articolo di Vittorio Zucconi sugli effetti che social network e blog possono avere sulla politica, con critiche sbrigative e spesso negative che complicano la visione dei progetti e la valutazione della loro efficacia nel lungo termine. Lo scorso mercoledì, 21 marzo, il New York Times ha pubblicato un articolo che raccontava le preoccupazioni su questo tema di Michael Bloomberg, il sindaco di New York, seguito su Twitter da oltre 267mila persone e stanco di essere costantemente oggetto di un “referendum” online sulle cose che fa per la città.

Prigioniero di Facebook, vittima dei social network, Michael Bloomberg, il sindaco della più grande città americana si arrende. Non è più possibile governare e programmare nell’assedio di questi referendum istantanei scatenati in Rete che contestano ogni decisione. “Sono soffocato dai social network che non mi lasciano lavorare” lamenta Bloomberg, divenuto l’apprendista stregone prigioniero delle scope elettroniche che lui stesso ha creato e ora gli si rivoltano contro.
Eppure Bloomberg che oggi fa la vittima, deve fortuna e potere all’elettronica, alle reti di computer, alla comunicazione istantanea delle informazioni finanziarie e dei listini di Borsa per gli operatori di Wall Street che creò 30 anni or sono, ma la sua stregoneria gli è sfuggita di mano. Facebook, Twitter, sms, “lanciano referendum istantanei su ogni decisione presa e annunciata” e riducono la complessità del governo di una metropoli al “semplicismo di reazioni immediate”, pro o contro, piace o non piace.

Era a Singapore, il pur popolarissimo sindaco, eletto e rieletto prima come repubblicano e poi come indipendente, quando ha proclamato la propria insofferenza, come ha scritto il New York Times, per i nuovi strumenti di socializzazione virtuale che diventano un’immensa piazza incontrollabile e rumorosa. “I social network sono creature dell’istante, ma governare una città come New York richiede programmazione a lungo termine, progetti decennali o ventennali, che vengono bocciati fulmineamente dalla marea di “no” prodotta in Rete. Non è possibile progettare nulla se ogni progetto viene sottoposto a referendum istantanei”.

La frustrazione del primo cittadino chiamato a governare i 10 milioni di newyorkesi potrebbe essere entusiasticamente condivisa da personalità politiche attraverso tutto il mondo, che hanno visto il proprio destino politico e personale cambiato o deciso proprio dalla mobilitazione attraverso le nuove tecnologie della comunicazione interpersonale. Fu un ex presidente delle Filippine, Joseph Estrada, sotto processo di “impeachment” per corruzione ad avvertire per primo il morso degli sms. Quando a Manila si sparse la voce che il parlamento lo avrebbe salvato, bastò un messaggino, “Go to EDSA, wear black”, andate nella piazza Epifanio Dos Santos, indossate nero” per portare oltre un milione di persone in strada. Lui stesso, deposto, accusò la “generazione text” di averlo rovesciato. Dall’Ucraina alla Primavera Araba, dai primi tentativi di ribellione al regime in Iran alla quotidiana battaglia della dittatura cinese contro blogger e Reti, oggi nessun amministratore, nessun politico può permettersi di non fare i conti con la ragnatela che Internet gli tesse attorno.

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