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  • giovedì 22 Marzo 2012

La nazionale tedesca deve andare ad Auschwitz?

Se ne discute in vista dei prossimi Europei di calcio in Polonia e Ucraina, ma la federazione sportiva e la stampa non sembrano convinte

Da qualche giorno in Germania si parla di un argomento piuttosto spinoso, che mette insieme il calcio e l’Olocausto. La questione, in sintesi, è: visto che a giugno si giocheranno gli europei di calcio in Ucraina e Polonia, la nazionale tedesca di calcio dovrebbe visitare il campo di concentramento di Auschwitz? La proposta è stata fatta da Dieter Graumann, presidente della comunità ebraica in Germania, in un’intervista al quotidiano tedesco Tagesspiegel. Graumann ha dichiarato che un gesto del genere “varrebbe mille discorsi di commemorazione”, anche perché i giovani calciatori tedeschi “non hanno certo colpa di quanto successo, ma portano comunque la responsabilità” del paese.

La federazione calcistica tedesca (Deutsche Fußball-Bund, DFB) per il momento non ha ancora deciso cosa fare, ma intanto la proposta è stata molto criticata. Uno dei dirigenti della DFB, l’ex calciatore di Milan e Udinese Oliver Bierhoff, ha proposto invece un “Kamingespräch“, ossia un “incontro informale” sulla questione, ma probabilmente non ad Auschwitz. La parola Kamingespräch richiama i discorsi alla radio del presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt (in inglese fireside chat) tenuti dal 1933 al 1944. Letteralmente la parola significa “discorso intorno al fuoco”, e anche questo riferimento al “camino” (“Kamin”), oltre all’idea in sé, ha fatto arrabbiare non poco Graumann, visto che il termine è tristemente associabile ad Auschwitz e ai forni crematori.

Tra i vari commenti negativi apparsi sulla stampa tedesca c’è anche quello di Henryk M. Broder, 65 anni, uno dei più famosi scrittori tedeschi di religione ebraica, che ha scritto a questo proposito un articolo sullo Spiegel. Broder è contrario a una visita della nazionale ad Auschwitz, che secondo lui non avrebbe senso. Ma soprattutto Broder non vede “la responsabilità” che avrebbero i giocatori tedeschi di oggi, di cui parla Graumann.

Che cosa dovrebbero fare i calciatori tedeschi ad Auschwitz? Giurare che gli dispiace? Spiegare che una cosa del genere non accadrà mai più? E qualcuno ha per caso pensato a cosa succederebbe se i calciatori tedeschi visitassero Auschwitz e si emozionassero così tanto da perdere il torneo?

Il punto non sono i giocatori che visitano Auschwitz ma le loro immagini che saranno trasmesse in tutto il mondo. (…) I calciatori della nazionale non hanno alcun motivo di andare ad Auschwitz, a meno che non vogliano andarci personalmente, caso in cui non avrebbero alcuna responsabilità nei confronti di altre persone.

Da qualche anno la nazionale di calcio tedesca partecipa o organizza eventi per ricordare la tragedia dell’Olocausto. Dal 2005, per esempio, la DFB ha istituito il “Julius Hirsch Preis”, un riconoscimento che ogni anno viene assegnato a uomini, iniziative e organizzazioni impegnate “nella difesa della democrazia, dei diritti umani e delle minoranze” (Julius Hirsch era un calciatore della nazionale tedesca ucciso nel 1943 ad Auschwitz perché ebreo). Le nazionali di calcio minori spesso si recano allo Yad Vashem, il memoriale ufficiale delle vittime dell’Olocausto a Gerusalemme, mentre l’ex presidente della DFB, Theo Zwanziger, ha ricevuto nel 2009 il “Leo Baeck Preis” proprio dal Consiglio centrale degli ebrei in Germania. Nel 1997, invece, la nazionale tedesca allenata da Berti Vogts era andata a Yad Vashem in una visita storica che aveva generato qualche polemica per come giornalisti e fotografi avevano descritto l’evento.

nella foto: la nazionale tedesca a Gerusalemme nel 1997 (AP/Karl-Heinz Kreifelts)