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  • giovedì 16 febbraio 2012

Il Giappone ignorò i rischi del nucleare

Lo ha detto Haruki Madarame, responsabile dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, parlando di controlli blandi, presunzione e pericoli sottovalutati

Haruki Madarame è il responsabile dell’Agenzia per la sicurezza nucleare del Giappone e ieri, mercoledì 15 febbraio, ha sorpreso molti osservatori fornendo una testimonianza molto schietta sullo stato dell’energia atomica nel paese dopo l’incidente all’impianto di Fukushima Daiichi, causato dallo tsunami dello scorso 11 marzo. Madarame ha spiegato che le leggi e i regolamenti per gli impianti nucleari erano poco efficaci, aggiungendo che in Giappone il settore fu lasciato libero di crescere senza l’applicazione di particolari controlli. Negli anni molti governi si dimostrarono molto interessati allo sviluppo e alla crescita dei sistemi per produrre energia con il nucleare, mentre trascurarono gli aspetti legati alla salute pubblica.

(La bonifica intorno a Fukushima)

In seguito al terremoto e allo tsunami del 2011, l’impianto di Fukushima subì seri danni ai sistemi di raffreddamento dei propri sei reattori nucleari. Tre di questi si surriscaldarono progressivamente fino a raggiungere una parziale fusione, con l’emissione nell’area circostante di radiazioni, pericolose per l’ambiente e per la popolazione. Quasi centomila persone furono costrette ad abbandonare i loro villaggi intorno all’impianto per motivi di sicurezza. La risposta alla crisi nucleare fu immediata, ma altrettanto rapidamente l’opinione pubblica giapponese iniziò a nutrire dubbi sull’efficacia delle procedure adottate per evitare la contaminazione e contenere i danni.

Nei mesi seguenti al disastro, le autorità giapponesi avviarono commissioni di inchiesta e indagini tecniche per capire che cosa non avesse funzionato a Fukushima e cosa si sarebbe potuto fare per rispondere meglio alla crisi. La vicenda mise anche in discussione per la prima volta la scelta del paese di fare così tanto affidamento sul nucleare per produrre energia elettrica. Madarame è intervenuto ieri davanti alla commissione parlamentare che si sta occupando della sicurezza del nucleare in Giappone, in seguito ai fatti di Fukushima. Il responsabile dell’Agenzia ha spiegato che le autorità giapponesi hanno peccato di presunzione, immaginando che le grandi conoscenze tecniche nel paese fossero sufficienti per gestire in sicurezza le centrali atomiche. Questa presunzione ha portato alla costruzione di decine di impianti in un paese che si trova in una delle zone sismiche più attive di tutto il mondo.

(Qui era passato lo tsunami, le foto del prima e del dopo)

Haruki Madarame - (AP Photo/Itsuo Inouye)

Negli anni, furono sottovalutati numerosi aspetti legati alla sicurezza, sempre nell’illusione che le risorse e le capacità tecniche fossero sufficienti per gestire le emergenze. Le autorità non presero, per esempio, mai in seria considerazione la possibilità che si verificasse un black-out in uno degli impianti nucleari. Pensavano che la rete elettrica fosse molto più affidabile rispetto a quella di diversi altri paesi. Eppure, a Fukushima le cose andarono esattamente al contrario: terremoto e tsunami lasciarono l’impianto isolato dalla rete elettrica, rendendo inutilizzabili i sistemi di raffreddamento dei reattori e rendendo ancora più critica l’emergenza nucleare.

«Benché gli standard di sicurezza siano stati progressivamente migliorati, abbiamo perso tempo con diverse scuse immaginando che il Giappone non avesse poi così bisogno di raggiungere quegli standard» ha detto Madarame davanti alla commissione. La responsabilità fu in parte della stessa Agenzia per la sicurezza nucleare, che per anni esercitò un controllo molto blando sulle attività svolte nei singoli impianti attivi in Giappone. Madarame ha ammesso qualche responsabilità anche sul proprio operato, ricordando però di aver cercato di cambiare le cose a partire dall’inizio del suo mandato all’Agenzia avvenuto a metà 2010. Furono trascurate anche alcune ricerche scientifiche che avevano ipotizzato che i terremoti nell’area della prefettura di Fukushima sarebbero diventati molto più intensi.

La testimonianza di Madarame potrebbe complicare i progetti del governo, che aveva annunciato un piano per il progressivo riavvio dei reattori ancora fermi nel paese, per ragioni di sicurezza e precauzione. Dalla scorsa primavera, dei 54 reattori presenti in Giappone solamente tre sono in funzione, mentre gli altri sono tutti al minimo e in attesa di essere riportati a regime. In molte prefetture la sospensione della produzione di energia con il nucleare è stata decisa dalle autorità locali, in attesa di garanzie da parte del governo centrale. L’esecutivo ha deciso di avviare una nuova serie di “stress test” nei vari impianti per capire quali siano effettivamente in grado di sostenere senza gravi danni un grande disastro naturale, come il terremoto di marzo scorso.

(Le centrali nucleari, parliamone)

Secondo Madarame, la scelta del governo è sensata, ma si rivelerà utile solamente se sarà accompagnata da una attenta riforma delle regole e dei modi in cui vengono condotti i test di sicurezza. Per anni i controlli sono stati eseguiti blandamente, spesso utilizzando protocolli e tecnologie vecchi di trent’anni, inadeguati per rilevare le effettive mancanze di sicurezza nei singoli impianti. Chi si doveva occupare delle regole, ha concluso Madarame, spesso fu accondiscendente nei confronti delle società che si occupavano della costruzione e della gestione delle centrali nucleari.

foto: DAVID GUTTENFELDER/AFP/Getty Images

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