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  • venerdì 13 gennaio 2012

La nuova Birmania

Le amnistie, le riforme, l'accordo coi ribelli dopo 63 anni di guerriglia: come una dittatura si sta riformando dall'interno

Una delle storie più raccontate dalle riviste specializzate di politica estera, negli ultimi mesi, è la trasformazione della Birmania. Alla domanda sul fatto che una dittatura, per giunta particolarmente repressiva e brutale, potesse o no riformarsi dall’interno, la comunità internazionale si è quasi sempre risposta di no, con molte ragioni. Quello che sta accadendo in Birmania dovrebbe però spingere quanto meno a considerare la tesi meno assoluta. Ieri il governo birmano ha annunciato il raggiungimento di un accordo per un cessate il fuoco con i ribelli Karen, coi quali era in corso un conflitto lungo 63 anni. Oggi 651 detenuti politici sono stati rilasciati, nell’ultima delle molte amnistie ordinate dal governo nelle ultime settimane. E questi due non sono che le più recenti delle svolte del governo birmano.

Il governo si è insediato nel marzo del 2011 prendendo il posto di una giunta militare che governava repressivamente il paese dal 1962. Il capo del governo si chiama Thein Sein ed è un ex generale, che ha lasciato l’esercito proprio per candidarsi alla carica politica, primo civile dopo quasi cinquant’anni di regime militare. Dal momento del suo insediamento, aveva scritto lo scorso ottobre Foreign Policy, il governo birmano ha mostrato “una sorprendente insofferenza per lo status quo”.

Prima il rilascio di Aung San Suu Kyi, detenuta per vent’anni dopo una vittoria elettorale, e oggi libera, anche di fare politica, incontrare i capi dell’opposizione e i leader mondiali, viaggiare in patria e all’estero, candidarsi in Parlamento. Poi le molte amnistie concesse, la prima a più di 6000 prigionieri, includendo molte persone detenute per reati politici. Il Parlamento è stato riaperto, dopo vent’anni. Il rigido controllo del regime sulla libertà di espressione e sul diritto di associazione è stato allentato, così come il blocco sui siti Internet. L’intensità della propaganda è diminuita, la tv di Stato ha mandato in onda alcuni dibattiti parlamentari. I sindacati sono stati legalizzati.

Il governo ha poi intrapreso gesti di apertura verso i gruppi etnici armati che combattono da decenni la dittatura. Ha firmato un accordo di pace preliminare con le etnie Wa e Mongla e ieri ha ufficializzato il cessate il fuoco coi ribelli Karen, protagonisti di una delle più lunghe insurrezioni armate della storia. Da più di sessant’anni i ribelli Karen lottavano per ottenere maggiore autonomia, unico gruppo etnico a non avere mai firmato un accordo di pace con il governo in tutti questi anni.

A fine settembre l’organizzazione no-profit International Crisis Group ha pubblicato un rapporto dedicato alla situazione in Birmania che ha messo in luce i numerosi cambiamenti in ambito politico, economico e relativo ai diritti umani. Si tratta di passi avanti che oltrepassano le aspettative, come la decisione di sospendere la costruzione della diga Myitsone, che avrebbe attraversato il fiume Irrawaddy – una vera e propria icona della civiltà birmana – causando numerosi danni all’ambiente. O l’annullamento e il raffreddamento di appalti e lavori destinati alla Cina, storicamente alleata e protettrice del regime.

Oggi in Birmania 1500 persone rimangono detenute per reati politici. Aung San Suu Kyi ne chiede il rilascio e il suo partito si dice fiducioso riguardo il nuovo atteggiamento del governo. Win Tin, dirigente del partito che ha passato 19 anni in prigione, ha detto che queste amnistie dimostrano l’intenzione del governo di «risolvere problemi politici con mezzi politici». Tra le persone rilasciate oggi c’è anche Min Ko Naing, attivista che partecipò da studente alle rivolte del 1988 e che divenne praticamente una leggenda, nel movimento per la democrazia.

Alle riforme si è accompagnato il cambio di atteggiamento da parte della comunità internazionale. Le sanzioni economiche imposte negli scorsi anni da Stati Uniti, Canada e Unione Europea sono ancora in funzione, e sia gli Stati Uniti che il Regno Unito hanno detto che resteranno in vigore finché tutti i prigionieri politici non saranno rilasciati. I governi occidentali stanno comunque tentando di premiare il governo birmano, così da incoraggiarlo a proseguire su questa strada, e in quest’ottica vanno lette anche la recente storica visita nel paese di Hillary Clinton, quella del ministro degli Esteri britannico William Hague e le parole di elogio di Barack Obama.

Una parte di comunità internazionale per questa ragione è scettica, e sostiene che le concessioni del governo birmano si debbano solo al desiderio di allentare la presa delle sanzioni economiche. Anche questa, però, sarebbe una buona notizia: innanzitutto perché dimostrerebbe il funzionamento delle sanzioni economiche, uno strumento controverso che in passato ha generato risultati inconsistenti o addirittura peggiorato le cose. E inoltre perché, per qualsiasi ragione siano state decise, le riforme e i passi avanti di questi mesi sono in gradi di provocare cambiamenti dagli esiti non prevedibili e controllabili. E per questo, come scriveva Foreign Policy a ottobre, la comunità internazionale farebbe bene a incoraggiarne altri, invece che limitarsi ad aspettare.

foto: Soe Than WIN/AFP/Getty Images

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