Le vite degli altri, a pezzetti

Grazie a un nuovo software, i tecnici tedeschi stanno riuscendo a riattaccare i frammenti dei documenti della Stasi distrutti alla caduta del Muro

Alla vigilia della caduta del Muro di Berlino il 9 novembre 1989 e quando ormai era chiaro che la dittatura comunista della DDR sarebbe crollata, i capi della Stasi, la polizia segreta della Repubblica Democratica Tedesca, ordinarono la sistematica distruzione di tutti i documenti e i dossier raccolti a partire dal 1950.

Una montagna di fogli di carta furono stracciati e raccolti in sacchi di plastica pronti per essere bruciati dai dipendenti della Stasi guidati da Erik Mielke. E quando i trita-carte si surriscaldarono proseguirono strappando con le mani i documenti. Ma non fecero in tempo: nessuno riuscì ad organizzare i camion che avrebbero dovuto trasportare i sacchi nel luogo in cui dovevano essere definitivamente distrutti. Erano 16 mila pacchi contenenti circa 600 milioni di pezzetti di carta scritti su entrambi i lati.

Attraverso la Stasi (abbreviazione di Ministerium für Staatsichereit) la DDR aveva organizzato forse il più perfetto stato di sorveglianza di tutti i tempi (reso ulteriormente noto dal film di qualche anno fa Le vite degli altri). In un paese di 16,4 milioni di abitanti la polizia segreta aveva a disposizione 91mila dipendenti e 174mila informatori fra la popolazione. Si è calcolato che se nel Terzo Reich c’era un agente della Gestapo ogni 2mila cittadini e nell’Urss di Stalin un agente del Kgb ogni 6mila, nella DDR c’erano un agente o un informatore ogni 63 persone. La Stasi aveva prodotto milioni di dettagliatissimi dossier con le informazioni delle spie e dei collaboratori informali, producendo probabilmente circa un miliardo di pagine.

Dopo la caduta del Muro, uno degli obiettivi del nuovo governo è stato quello di svelare le tecniche dell’agenzia, creando un archivio e una speciale struttura di accesso per le vittime della Stasi ai loro file personali. I pezzi contenuti nei sacchetti sono stati raccolti in un archivio di Norimberga, dove 30 impiegati hanno cercato di ricomporli manualmente, con lenti di ingrandimento e nastro adesivo. Si è calcolato che l’operazione si sarebbe conclusa più di 400 anni dopo.

Nel maggio 2007, un gruppo di scienziati informatici dell’istituto Fraunhofer di Berlino ha però annunciato di aver completato un sistema digitale in grado di ricomporre i frammenti strappati. Bertrand Nickolay, coordinatore dell’iniziativa, ha spiegato: «Abbiamo visto una trasmissione in televisione che mostrava come gli archivi della Stasi venivano lentamente ricostruiti a mano e con un gran dispendio di energia. A partire da quel momento ci siamo posti il problema di come risolvere questa situazione sviluppando uno strumento». Nickolay ha inviato una lettera al capo della BSTU (la commissione federale per i documenti segreti) offrendo il suo aiuto. La BSTU ha indetto un concorso: su 20 progetti presentati ha vinto Nickolay ottenendo una sovvenzione.

Il software creato da Nickolay si chiama E-Puzzler e si basa sulla creazione di un’immagine grazie alla digitalizzazione dei vari frammenti. Un impiegato colloca su una cintura meccanica alcuni pezzi di carta che entrano in una sorta di scanner che ricava informazioni sul colore, il tessuto, l’inchiostro e il tipo di carattere. Quando tutti i pezzi sono passati, un software li assembla creando le immagini dei fogli. Lo Stato ha stanziato circa 6 milioni di euro nella ricostruzione dei documenti: il loro contenuto potrebbe far scoprire l’identità dei 174mila informatori non ufficiali della Stasi. «Non si tratta di vendetta, solo di capire la nostra storia» ha detto Nickolay che è stato contattato anche dai funzionari della Polonia e del Cile per ricostruire i documenti danneggiati o distrutti dai rispettivi regimi.