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  • giovedì 22 Dicembre 2011

Francia e Turchia litigano sul genocidio degli armeni

Una proposta di legge votata oggi dall'Assemblea Nazionale francese punisce chi non riconosce una definizione che fa molto arrabbiare la Turchia

L’Assemblea Nazionale francese ha approvato oggi una proposta di legge che condanna “la contestazione o la minimizzazione grossolana” delle uccisioni di massa che vengono riconosciute dalla legge come “genocidi”. La legge francese ne riconosce solo due: lo sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale e la strage della popolazione armena nei territori dell’impero ottomano nel 1915-1916.

Il voto ha causato una crisi diplomatica tra la Francia e la Turchia, che anche negli ultimi giorni aveva espresso la sua forte contrarietà al provvedimento e aveva minacciato conseguenze pesanti. Il paese ha risposto richiamando in patria il suo ambasciatore in Francia. L’approvazione dell’Assemblea Nazionale non è tuttavia sufficiente a far diventare definitiva la legge, dato che ora è necessario un voto del Senato francese, che richiederà diversi mesi e che non ha un esito scontato. L’uccisione degli armeni è stata riconosciuta “genocidio” dalla legge francese nel 2001, e nel 2006 l’Assemblea aveva già passato una legge che ne criminalizzava la negazione, ma il testo venne poi respinto dal Senato.

Il testo attuale è molto più generico e si riferisce a tutti i genocidi riconosciuti dalla legge, come ha sottolineato anche la deputata dell’UMP (il partito di centro-destra del presidente Sarkozy), Valérie Boyer, che ha presentato la legge. Cosciente dell’opposizione anche interna al partito di governo al provvedimento, il governo ha lasciato libertà di voto ai propri deputati. Il testo è stato approvato in prima lettura senza una votazione ufficiale, ma per alzata di mano, in un’aula semivuota, raccogliendo la larghissima maggioranza della cinquantina di deputati presenti. La legge prevede una pena da uno a due anni di carcere, e una multa di 45.000 euro. La negazione dello sterminio degli ebrei era già punito in precedenza dalla legge francese.

I relatori della proposta hanno anche sottolineato che molti altri paesi hanno adottato provvedimenti che puniscono il negazionismo, e sei paesi fanno esplicito riferimento ai genocidi. Una ventina di paesi nel mondo, tra cui Argentina, Belgio, Canada, Italia, Russia e Uruguay hanno riconosciuto formalmente quello degli armeni come un genocidio, così come il Parlamento europeo e una commissione delle Nazioni Unite.

La reazione turca
Un migliaio di persone ha manifestato per tutta la mattina di oggi davanti alla sede dell’Assemblea Nazionale a Parigi, sventolando bandiere francesi e turche e scandendo slogan, tra cui “la storia non deve servire la politica” e “il dibattito storico non è un dibattito politico”. Nel corso della settimana scorsa, la Turchia ha inviato in Francia ben due delegazioni, una composta da industriali e uomini d’affari, e l’altra da parlamentari. Lo stesso presidente turco della Repubblica, Abdullah Gül, è intervenuto di persona nel dibattito, dicendo che quella francese è una legge “inaccettabile”. La Turchia accusa il presidente francese Sarkozy di voler approvare la legge solamente come calcolo elettorale in vista delle elezioni del prossimo aprile, dato che in Francia vivono circa mezzo milione di armeni.

Nonostante le tensioni che proseguono da anni sulla questione degli armeni, la Francia e la Turchia hanno rapporti commerciali molto stretti: la Francia è il quinto più grande mercato per le esportazioni turche, e a sua volta la Turchia è il sesto importatore di beni francesi. Sarkozy è uno dei maggiori oppositori dell’ingresso della Turchia (a maggioranza musulmana) nell’Unione Europea, una posizione che in passato ha già portato a scontri diplomatici.

Il genocidio degli armeni
Centinaia di migliaia di armeni (le stime degli storici variano tra il minimo di 300.000 riconosciuto dalle autorità turche e il massimo di un milione e mezzo secondo quelle armene) morirono nel biennio 1915-1916, durante il crollo dell’impero ottomano. In molti casi le morti furono una diretta conseguenza dei trasferimenti forzati che le autorità e le forze armate dei turchi ottomani imposero alla popolazione armena che abitava nell’Anatolia orientale verso sud. Durante i trasferimenti la fame e le malattie uccisero migliaia e migliaia di persone.

Come spiega la BBC, le Nazioni Unite nel 1948 hanno definito “genocidio” gli atti che sono commessi con il proposito “di distruggere, del tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso.” La disputa è dunque intorno alla “premeditazione” dell’uccisione della popolazione armena, che fin dalla presa del potere del gruppo politico-militare dei Giovani Turchi in Turchia, nel 1908, era stata bersaglio di campagne e legislazioni discriminatorie. Gli armeni, diversi dai turchi per secoli di lingua, cultura e tradizioni differenti, venivano dipinti come sabotatori e traditori filo-russi.

La posizione ufficiale delle autorità turche è che la morte degli armeni non sia frutto di una strategia premeditata, ma dei disordini dovuti alla guerra e alla fine dell’impero, sottolineando anche che molti turchi morirono durante la ribellione della popolazione armena immediatamente dopo l’invasione russa dell’Anatolia orientale.

Dal punto di vista diplomatico, la Turchia rifiuta quindi il termine “genocidio”. Nel marzo del 2010, il paese ritirò il suo ambasciatore da Washington dopo che una commissione del Congresso andò vicino all’approvazione di una risoluzione che definiva l’uccisione degli armeni un genocidio. In patria, il codice penale punisce espressamente, all’articolo 301, l’insulto contro “lo spirito turco”, una norma che è stata usata per accusare scrittori e intellettuali che hanno posto l’attenzione sull’uccisione degli armeni all’inizio del XX secolo: tra questi, il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk e Hrant Dink, che è stato ucciso nel gennaio 2007, probabilmente da un nazionalista turco.

Una manifestazione di protesta contro il voto dell’Assemblea Nazionale francese ad Ankara, Turchia.
foto: ADEM ALTAN/AFP/Getty Images