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  • giovedì 22 Dicembre 2011

Cinque cose da fare per aiutare la Siria

Aiutare il coordinamento tra gli oppositori, sostenere i non violenti e la missione della Lega Araba, e cosa fare se proprio bisogna intervenire, spiega l'Atlantic

La situazione in Siria continua ad essere confusa, complice il divieto di accesso ai giornalisti stranieri nel paese, ma la sanguinosa repressione delle forze di sicurezza filogovernative prosegue, nonostante gli accordi presi con la Lega Araba, che dovrebbe iniziare in questi giorni ad inviare osservatori nel paese: e filtrano notizie confuse sul numero di diserzioni tra l’esercito di Assad e sull’entità e la natura (più o meno militare) degli scontri tra la resistenza e le forze filogovernative.

Bashar al-Assad non è pazzo, come ha sottolineato di recente un’analisi pubblicata da Foreign Policy a proposito di molti commenti all’intervista ad Assad trasmessa il 7 dicembre dalla televisione statunitense ABC. Al contrario, sta facendo tutto quanto gli è possibile per mantenere il potere e conservare l’appoggio di quelle parti della popolazione che nella complicata storia siriana dopo la Seconda guerra mondiale hanno sostenuto il suo regime e quello di suo padre Hafez prima di lui. Non si sa quindi quanto il suo regime possa durare nel prossimo futuro e quanto sia effettivamente vicino a cadere.

Ma secondo Daniel Serwer, che insegna alla Johns Hopkins School of Advanced International Studies di Washington ed è membro del Middle East Institute, ci sono alcune cose che si possono fare per aiutare la caduta del regime di Assad e consentire una transizione il più possibile ordinata e pacifica. Serwer le espone sull’Atlantic e intende la lista per gli Stati Uniti, ma i suoi suggerimenti possono essere estesi alla comunità internazionale.

1. Sostenere la missione della Lega Araba
Dopo settimane di ripensamenti, ultimatum scaduti e promesse non mantenute, il governo siriano ha accettato all’inizio di dicembre una missione di osservatori della Lega Araba, che dovrebbe iniziare in questi giorni. Serwer dice che è necessario assicurarsi che la missione abbia realmente libertà di movimento nel paese, anche se le autorità siriane hanno già detto che gli osservatori non potranno avere libero accesso alle basi militari. Serwer aggiunge che la missione dovrebbe anche essere certa di poter comunicare in qualsiasi momento e senza interferenze o intercettazioni con i governi dei diversi paesi di provenienza, e di poter rendere pubblici foto e relazioni senza censure.

2. Assicurare la collaborazione tra le forze di opposizione
Un passo in questo senso è l’esistenza di un Consiglio Nazionale Siriano, fondato all’inizio di ottobre a Istanbul e attivo per lo più fuori dalla Siria. La comunicazione e la collaborazione tra le forze di opposizione al regime di Assad, in particolar modo all’interno del paese, deve essere incentivata e aiutata.

3. Sostenere le proposte non violente
Nelle ultime settimane sono cresciute le voci riguardo a diserzioni di migliaia di soldati dell’esercito governativo, e riguardo a fucilazioni di militari che si sono rifiutati di partecipare alla repressione. Da molto tempo si parla del pericolo di una guerra civile nel paese, che in alcune zone dove l’opposizione ad Assad è più intensa (anche per antiche divisioni etniche e religiose in Siria, un paese storicamente molto frammentato e eterogeneo) sarebbe già in atto. I paesi che sostengono l’opposizione siriana dovrebbero sostenere forme di protesta non violenta, dato che da uno scontro frontale contro un esercito organizzato gli oppositori ha molte meno possibilità di vittoria.

4. Incoraggiare la presentazione di un piano di azione per il dopo Assad
Il Consiglio Nazionale Siriano dovrebbe presentare pubblicamente i propri piani per la transizione, a cui l’organizzazione in esilio sta lavorando. Serwer dice che la bozza di assetto costituzionale presentata ad agosto dal Consiglio Nazionale di Transizione libico ha aumentato molto la legittimità dell’istituzione incaricata di gestire la transizione. Al contrario, la reticenza del consiglio militare al governo in Egitto ha incoraggiato le proteste e ne ha messo alla prova la popolarità.

5. Se proprio bisogna attaccare, attaccare i centri di informazione
Il primo obbiettivo, se si arriverà a un attacco armato, devono essere i quartier generali delle forze di sicurezza e i centri dove vengono gestite le informazioni e le informazioni. Serwer sostiene che è inutile attaccare l’esercito regolare, anche se questo fosse attivamente coinvolto in azioni repressive, dato che i soldati sono spesso coscritti che eseguono ordini: “le uccisioni in Siria rispondono a degli ordini, non spontanee. Distruggere la capacità del regime di comunicare e di coordinare le sue forze sarebbe di gran lunga più efficace.”

foto: AP Photo/Muzaffar Salman