• giovedì 8 Dicembre 2011

Rinviato il taglio delle province?

Un comma della manovra rinvia la decadenza degli organi che sarebbero dovuti venire meno il 30 novembre 2012, forse per evitare ricorsi di massa

Presentando la manovra economica in conferenza stampa, Mario Monti aveva detto che le giunte provinciali sarebbero state abolite. I consigli provinciali avrebbero avuto un massimo di 10 componenti – oggi sono 45 – eletti dai consigli elettivi, comunali e regionali, e tutte le cariche delle giunte provinciali sarebbero decadute il 30 novembre 2012, con i dipendenti delle province trasferiti in regioni e comuni. Sergio Rizzo sul Corriere della Sera di oggi nota che il testo integrale della manovra include tutte queste misure, ma non fissa scadenze per la decadenza delle giunte provinciali. E anzi, al comma 20 dell’articolo 23, spiega che “con legge dello Stato è stabilito il termine decorso il quale gli organi rimasti in carica delle Province decadono”. È probabile che il comma sia stato inserito per evitare che i ricorsi facessero saltare l’intera riforma, spiega Sergio Rizzo sul Corriere della Sera di oggi: “difficilmente, se fosse scoppiato un contenzioso davanti alla Corte costituzionale, la Corte suprema avrebbe potuto dare man forte al governo”. Ma è indubbio che negli ultimi giorni il governo abbia ricevuto grosse pressioni per fare marcia indietro sull’abolizione delle province.

Mario Monti ha imparato a proprie spese che cosa significhi toccare le Province. Tutti, a destra come a sinistra, sentenziano che sono inutili. Tutti, a sinistra come a destra, dicono che bisogna abolirle. Guai, però, soltanto a sfiorarle. Subito parte la sassaiola. Che mai è stata così violenta: questa volta avevano capito che si stava facendo sul serio, anche per l’urgenza di mandare un segnale chiaro e inequivocabile a Francoforte. Ricordate la famosa lettera della Banca centrale europea firmata congiuntamente dal presidente uscente Jean-Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi, pubblicata lo scorso 29 settembre dal Corriere? Meno esplicito, il suggerimento che conteneva non poteva essere: «C’è l’esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province)». E Monti l’ha preso talmente sul serio da aver trovato un grimaldello micidiale per assestare un colpo mortale a quegli enti, senza dover ricorrere a una faticosa modifica costituzionale. Ha semplicemente svuotato le Province dei loro scarsi poteri, disponendo per decreto la conseguente abolizione delle giunte e la drastica riduzione dei consigli provinciali.

Difficile dire se avesse messo nel conto la pioggia di pietre che gli sono arrivate addosso da tutte le parti. Destra e sinistra ancora una volta davvero in sintonia. «Noi ce ne andiamo dall’Unione delle Province italiane», ha ringhiato il presidente della Provincia di Latina, Armando Cusani, pidiellino. «Tagliamo tutto quello che dobbiamo tagliare, ma non a casaccio», ha messo le mani avanti il leader della sinistra Nichi Vendola. Mentre dal segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, arrivava ai rivoltosi un messaggio di tangibile solidarietà: «Avete tutto il nostro sostegno. Vi appoggiamo perché la vostra è una battaglia di democrazia». Intanto il presidente della Conferenza delle Regioni, il democratico Vasco Errani, ammoniva: «Attenti. Ci possono essere costi più alti. Il personale, per esempio, dove va a finire?». E il deputato del Pd Enrico Gasbarra, ex presidente della Provincia di Roma, tagliava corto: «Cancellare gli eletti dal popolo senza che abbiano terminato il loro mandato la trovo una scelta demagogica e grave». Ma a Monti nemmeno il suo successore Nicola Zingaretti le mandava a dire: «Siamo quelli che di più si sono impegnati per ridurre o eliminare la spesa pubblica. Chi oggi guida le Province lo fa perché è stato votato da milioni di italiani». Senza contare poi altri aspetti non marginali del problema, come dimostra il caso della Provincia di Bologna, attualmente impegnata in un investimento di oltre 30 milioni per costruire una nuova sede. A quel punto assolutamente inutile.

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foto: Mauro Scrobogna /LaPresse