Come nacque Linus

Sono stati raccolti in un libro articoli e memorie di Giovanni Gandini, che fondò la Milano Libri e il leggendario mensile

di Giovanni Gandini

L’editore Il Saggiatore ha pubblicato “Storie sparse“, una raccolta di scritti e articoli di Giovanni Gandini (1929-2006), che fu scrittore, giornalista ed editore milanese (ma anche disegnatore) ed è passato alla storia per aver fondato la casa editrice Milano Libri – che tra l’altro pubblicò in Italia i migliori fumetti americani degli anni Sessanta e Settanta – e il mensile Linus nel 1965. Uno degli articoli raccolti nell’antologia racconta di quando Gandini andò in California a firmare il contratto per la pubblicazione dei Peanuts di Charles Schulz.

A Schulz erano piaciuti, più che gli Zeppelin e il Congresso filatelico di Trieste, soprastampate e con l’autentica di Chioni in Montenapoleone, due classici pezzi dell’Argentina, senza molto valore: la pecora Merinos da due pesos e il francobollo celestino con la sagoma dell’Argentina. Certo, la mia collezione aveva un discreto valore, tutta l’Italia-Repubblica completa e a fogli, tutta la Francia e tutta l’Austria del dopoguerra, le serie degli «chomeurs intellectuels» emesse durante il Fronte popolare di Blum e un San Marino splendido. Ci accordammo per la firma del contratto, francobolli contro i diritti di pubblicazione dei Peanuts su Linus. Giovedì 20 marzo io e Gina eravamo a New York al vecchio albergo Algonquin. L’Algonquin aveva i campanelli sui tavoli (non so se ci siano anche ora) e chi voleva bere faceva drin drin e qualcuno veniva per un whisky-sowered e per un pompelmo ghiacciato. Verso sera arrivavano da fuori gruppi di persone per mangiare al ristorante, allora rinomato, e Dana Andrews era sempre lì. Ubriaco fradicio faceva drin drin sui tavoli di legno.

«Guarda, è Dana Andrews…» diceva Gina sporgendosi sopra il tavolino e fingendo di bere una goccia del mio whiskey.
La mattina stessa del sabato avevo prenotato attraverso la United Feature un appuntamento con Schulz che viveva in California. «Vi aspetta» disse un funzionario della UP. Venerdì 21 marzo prendemmo 1 aereo per S. Francisco. Si volava sulla neve e sui laghi e c’era un film dove si incendiava un aeroplano. Siete mai stati a San Francisco? Adesso sì, ci scommetto, ma nel 1965 no. Era bellissimo, pieno di tralicci con l’uva all’aeroporto, e di grattacieli in costruzione. E un po’ di paura che la terra tremasse ancora. A quei tempi vendevano delle calze bianche di filo, felpate, con due righe di colore ai bordi che mi piacevano molto perché le avevo viste in una foto di Kennedy sulla spiaggia. Io le porto sempre e se qualcuno va a San Francisco gli dico «portami le calze bianche con i bordi colorati».
Su in alto, da dove si vedono i tram che salgono e scendono come nei telefilm, ci sono due alberghi; si va in quello con i busti di gesso nell’atrio, come un abside. Gira e gira per il porto quando ancora vendevano banchetti interi di granseole offerti da un ispanoamericano italocanadese della Determined Productions. Quella che vende in tutto il mondo gli Snoopy di pezza e le vestine di Snoopy, e le casette di Snoopy, e i cuscini dei Peanuts tesi, lustri e schiacciati, e le magliette con su scritte «happiness is un cucciolo caldo». C’ero, gente, siamo stati a San Francisco California e insieme ai cinesi e alle scalinate dei primi gay, e Robert Crumb con la sua famiglia allegra fumata di ospiti.
Sul camino tenevano i giocattolini degli Anni Trenta Quaranta Cinquanta, ma alti come toboga e più in giù il ponte di ferro, più grande di quello di Piacenza. Con Sing Sing in mezzo che era ancora Sing Sing. O l’Alcatraz? Sono cose che non esistono più, roba da fumetti, da vecchi film con James Cagney e il povero Hodiak.

«Pronto, Schulz? Veniamo lì domattina a firmare il contratto…» Dalla voce non era più lo stesso Charlie che avevo visto illuminarsi a Milano per la Sede Vacante (Città del Valicano, numeri da 56 a 63 del catalogo Yvert, ultimo valore da 5 lire color nocciola). «Ma, cristo (non proprio cristo! ma qualcosa del genere), vi rendete conto che oggi è sabato!»
«Gina, senti cosa dice, parla di sabato ed è arrabbiato…»
«Ma oggi è domenica, non può essere sabato, digli che oggi è domenica…»
«Dài, parlagli tu che capisci meglio…»
Fra me e Gina esiste una vecchia convenzione, io parlo l’inglese meglio di lei e quindi parlo, e lei lo capisce meglio e sta a sentire. In due ci siamo arrangiati non male in questi ultimi quarant’anni. Naturalmente al telefono era più dura, bisognava bisbigliarsi alla svelta parole e traduzioni e non sempre all’altro capo del filo il nostro interlocutore capiva la situazione.
«Ha detto che il sabato lui va a giocare a golf…»
«Ah, sì, lo sapevo, l’ho letto in una biografia…»
«Dice che, se proprio non possiamo farne a meno, ci aspetta a mezzogiorno…»
«E poi?»
«… di toglierci dalla testa di mangiare da lui perché deve ritornare al golf…»
«Pronto? Charlie?» avevo ripreso io la cornetta per parlare «ho con me la serie Zeppelin, you know, the first flying of Italo Balbo, quella sovrastampata “primo volo, eccetera”… come?»
Aveva riattaccato.

Noleggiammo una grande automobile nera con autista. Oltre il Golden Gale, oltre Sausalito che si legge sempre nei libri, l’automobile nera scivolava verso nord, rasentando i boschi di sequoie. Schulz abitava allora a Sebastopol, pochi chilometri da Petaluma. Sebastopol è un paesino con tante botteghe di rivoltelle come da noi le cartoline.
Dopo molte svolte e molte cassette delle lettere, di quelle dei fumetti, appese su un piantone al cancello, trovammo la casa, anzi il viale d’ingresso, mosso fra colline come in un paesaggio di talpe. Ogni volta che io e Gina vediamo una cassetta per lettere di quelle dei fumetti ci guardiamo dentro perché a volte lì abitano famiglie magiche e piccine, come nei cartoons di Chas Addams. Schulz non c’era ancora. Sotto la veranda una bella anziana signora si dondolava su una seggiola. «I’m the mother-in-law of Charlie».
Ci raccontò dei primi pionieri russi che scendevano sulle coste settentrionali della California in cerca di oro, fin lì a Sebastopol. Antica figlia di minatori, ci intrattenne con i magici racconti della sabbia gialla, sempre dondolandosi e scusandosi perché Charlie il sabato andava al golf. Arriva lui, testa grande capelli bianchi e quasi a cenni, come un vecchio indiano, ci invita con la mano allo studio, sopra il sentiero, una capanna piena di Cristi.

«Parli tu o parlo io, Gina?»
«No, parla tu.»
«Did you take the stamps?»
«Eccoli, Sparky» e tirai fuori gli Zeppelin.
Firmammo il contratto e lui mi regalò la fotocopia di una striscia con Lucy. Io credo che l’abbia firmala, Gina sostiene che ci mise una firma a timbro. Ma eravamo felici. Potevo tornare a Milano e concentrarmi con Renata sulla traduzione di Popeye. Di lì a poco il primo numero di Linus apparve nelle edicole. Fu una tiratura bestiale di oltre 50.000 copie e, quando ne parlammo nel salotto verde, con Vittorini, eravamo tutti d’accordo che non sarebbe durato. Io non avevo più francobolli, non dormivo la notte, ma poi arrivò il primo tremila per l’abbonamento e, come dice un amica di Palau, quando guardi il cassetto alla sera e ti accorgi della fresca che è arrivata, qualcosa ti dà il coraggio di tirare avanti. Anche se, come dice John Irving in Il mondo secondo Garp, siamo tutti dei casi disperati.

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