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  • venerdì 9 Settembre 2011

Gli allarmi sul terrorismo sono esagerati?

Alcuni studiosi ed esperti americani dicono di sì, e spiegano per quali ragioni e con quali metodi lo fanno, mentre si diffondono timori per l'anniversario dell'11 settembre

Mentre alcuni siti e giornali oggi danno ampio spazio alle ipotesi che possano venire progettati attentati terroristici in coincidenza col decimo anniversario di quelli dell’11 settembre 2001, Slate ha pubblicato un testo adattato dal libro di John Mueller e Mark G. Stewart dedicato alle politiche di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e ai loro costi, a proposito della sopravvalutazione del pericolo.

Gli autori citano un altro libro, scritto dall’analista Gregory Treverton, che racconta di quando, negli anni dopo gli attacchi alle torri gemelle, molti gli chiedessero cosa fare per difendersi.

«Niente. La probabilità di chiunque di noi di essere ucciso da un terrorista è essenzialmente zero e lo sarà ancora, a meno di cambiamenti epocali»

Mueller e Stewart si chiedono come mai una risposta del genere venga accolta come insoddisfacente, quando si tratta esattamente della risposta razionale, accurata e rassicurante che tutti dovrebbero desiderare. E che non è mai usata da politici o responsabili della sicurezza pubblica, che hanno invece messo in campo una pratica di “omissione delle probabilità”. Il termine, spiegano gli autori, è usato da tempo dagli studiosi e si riferisce alla necessità per le autorità di andare incontro alla richiesta dei cittadini nei momenti in cui ci sono grossi coinvolgimenti emotivi, richiesta che è sostanzialmente che si faccia qualcosa e di darne l’impressione. Le autorità sono quindi inclini a dedicarsi a scenari da “peggiore dei casi”, per dare risposta a questa domanda: pratica che diventa un vero e proprio pensiero, più che una demagogica accortezza, come scrive un altro esperto, Bruce Schneier.

«Implica immaginare l’evento peggiore possibile e comportarsi come se fosse una certezza. Sostituisce il pensiero lucido con l’immaginazione, l’analisi dei rischi con le ipotesi, e la ragione con la paura. Promuove la vulnerabilità e amplifica la paralisi sociale. E ci rende più indifesi dagli effetti del terrorismo»

Un’altra tecnica frequente – anche in queste ore – è quella di esporre le possibilità di rischio senza definirne la dimensione reale, segnalando genericamente un pericolo senza informare sulle sue possibilità. O in alternativa, dare elementi di allarme relativi. È vero che New York è più esposta al terrorismo di Columbus, Ohio, dicono gli autori: ma è anche più esposta a uno tsunami, e questo non significa che si debbano investire ingenti capitali nella difesa di New York dallo tsunami.
Un’ultima pratica comune è – anche in assenza di informazioni su progetti concreti – la sopravvalutazione e l’esaltazione delle capacità e forze dei terroristi, a cui consegue l’aumento delle probabilità che attacchino e delle conseguenze dei loro attacchi. I documenti ufficiali sulle minacce terroristiche non a caso tendono a concentrarsi sulla “volontà” dei terroristi, sul loro essere “pronti a tutto” e “indefessi” (di Al Qaeda sia sempre citata la grande diffusione delle sue idee, la condivisione di un progetto, la vocazione al martirio) ma con informazioni assai minori sulla consistenza delle strutture, delle armi, dell’operatività o sui singoli progetti. Aggiungendo formule retoriche (l’ultima è “minaccia esistenziale”) che prescindono dai dati concreti e anzi finiscono per rendere irrilevanti le valutazioni razionali e informate delle minacce: su questo fronte sono particolarmente attivi anche i media, naturalmente. Un ex agente della CIA, Glenn Carle, ha detto:

«Non dobbiamo avere paura dello spettro che i nostri leader esagerano. Dobbiamo vedere i jihadisti come piccoli, letali, disorganizzati e miserabili avversari che sono». In Al Qaeda ci sono «solo una manciata di individui capaci di progettare, organizzare e guidare un’organizzazione terroristica, e le sue capacità sono assai inferiori ai suoi desideri»

Nel territorio degli Stati Uniti, per esempio, non è mai stata scoperta una singola cellula operativa “dormiente” o no. E l’opposizione delle comunità musulmane nel paese rende molto difficile che se ne formino. Dall’11 settembre 2001 lo 0,02% degli omicidi compiuti negli Stati Uniti è attribuibile a estremisti musulmani, uno su cinquemila. E se è vero che un attentato ha bisogno spesso di pochi elementi, o uno solo, le probabilità restano basse.
Discorso che vale anche per l’Europa e gli altri paesi dell’Occidente, dove ogni ricerca fatta mostra i militanti islamisti come poco preparati, di scarse competenze, inclini agli errori e ai fallimenti, e con poche opportunità di sviluppo su questi settori. Negli Stati Uniti, non è esplosa una singola bomba di responsabilità islamista dagli attentati del 2001. Altri studi, spiegano Mueller e Stewart – che non negano certo l’esistenza del terrorismo islamico, ma cercano di indagare le differenze tra il pericolo reale e quello comunicato – calcolano che fuori dalle zone di guerra in tutto il mondo i morti attribuibili a estremisti islamici siano tra i 200 e i 300 ogni anno.

«Che sono tra i 200 e i 300 più di quanto dovrebbero, ma il dato non suggerisce monumentali capacità distruttive dei terroristi. Nello stesso tempo in America muoiono 320 persone affogando nella vasca da bagno. O, per fare un paragone più preoccupante, uno studio ha calcolato in 500 i morti in più sulle strade da quando le complicazioni al traffico aereo per ragioni di sicurezza hanno spinto più persone a viaggiare in automobile»

La concretissima conclusione di Mueller e Stewart è che se si fossero fatti calcoli di probabilità e di rischio reali e valutazioni dei costi di sicurezza basati su procedure standard e non affidati alle emozioni, si sarebbero risparmiati molti soldi mal spesi.

(Nella foto il sindaco di New York Mike Bloomberg informa dell’allarme su possibili attentati nell’anniversario dell’11 settembre – Spencer Platt/Getty Images)