Se vince di nuovo

Quello in discussione con le elezioni di domenica non è lui

Domenica, come si sa, si vota per le elezioni amministrative in molte città italiane, e in alcune delle più importanti: Milano, Bologna, Napoli, Torino e altri sette capoluoghi sopra i centomila abitanti. Ognuno di questi voti ha le sue peculiarità locali e ognuno è a suo modo molto importante, per diverse ragioni. E poi, però, ricadono tutti quanti nella campagna elettorale permanente italiana: quella a cui i governi – e questo in particolare – non sanno mai sottrarre il tempo necessario per governare, che in Italia dovrebbe essere invece un lavoro titanico e rivoluzionario, messi come siamo messi. Il voto di domenica, insomma, è un’altra volta il famigerato “test” per il governo, si dice.

Ma è evidente che lo sia molto di più per l’opposizione. Se Silvio Berlusconi è sopravvissuto a ogni fallimento, ogni inadeguatezza, ogni scandalo, al continuo imbarazzo di una maggioranza mediocre e inconcludente, a ogni battaglia condotta contro di lui, è perché il centrosinistra non ha mai saputo vincere nessuna battaglia, né costruire una guerra seria. È andato a battersi con i sassi, raccogliendone continuamente di nuovi senza mai darsi il tempo e la testa di sottrarsi al campo di battaglia per costruire armi migliori e convincere gli italiani.

C’è una grande evidenza del fallimento del centrosinistra italiano, e di quanto siano fragili le obiezioni che “è stato anche capace di vincere”. L’Italia ha scelto per otto degli ultimi dieci anni di essere governata da un premier che sarebbe stato un imbarazzo per qualunque democrazia occidentale: di più, sarebbe stato impensabile e lo è tuttora. Negli ultimi vent’anni, coi nuovi sistemi elettorali “di maggior stabilità”, nessun altro ha creato un governo che andasse oltre i due anni e spiccioli. L’opposizione italiana non è solo palesemente responsabile di aver perso, e molto: deve essere giudicata per aver consegnato un paese moderno e avanzato a un presidente bielorusso, con tutto il rispetto per i bielorussi (qualcuno spieghi al ministro della Difesa di cosa stiamo parlando). E di averci resi una democrazia bielorussa. Non era facile. Bisognava non solo non essere in grado di “costruire un’alternativa”, ma quasi sparire sullo sfondo.

Il centrosinistra italiano ci è riuscito. È annegato, con pochi momentanei e affannati ritorni a galla frutto più di una spinta estemporanea che di una reale capacità di nuotare. Oggi non sembra avere imparato a nuotare, e se dà qualche impressione di poter tornare a respirare è solo perché qualcuno ha tolto il tappo sul fondo.
Quello che capiremo il prossimo weekend è se sia uno di quei tappi con la catenella vecchio stile, quelli che tiri e l’acqua sporca sparisce nello scarico con un gorgo, o un accrocchio di quelli più contemporanei, dove il coperchio si limita a sollevarsi di poco e l’acqua va via piano piano, poco alla volta, lasciando sul fondo un sacco di residui.

Ciò che è certo è che in questi mesi l’opposizione è sembrata piuttosto passiva a questi processi: difficile dire che, non negando alcuni sparuti e scomposti e impegni, i guai di Berlusconi di oggi possano essere fatti risalire al lavoro dell’opposizione di centrosinistra. Lo confermano le sue spavalderie verbali di questi giorni, indifferenti e prepotenti.

E quindi lunedì cosa succederà? Niente di drastico. Ma se il centrosinistra non avrà corso rischi a Bologna, avrà vinto al primo turno a Torino, avrà vinto Napoli e soprattutto Milano andando ai ballottaggi, potrà congratularsi con se stesso per le scelte fatte in quelle città e farne un capitale col quale cambiare regime e avere un ruolo nel declino berlusconiano. Il mancare di uno o più di questi risultati non sarà invece una dimostrazione della forza del PresdelCons e della sua indenne “capacità di convincere gli italiani”: niente resta indenne a tanta disgrazia, nemmeno in Italia. Ma sta ad altri trovare la forza di tirar via quel tappo.