Il musical sui mormoni dei creatori di South Park

Lo spettacolo satirico ha avuto 14 nomination ai Tony Awards, i premi di Broadway

South Park, il famoso cartone animato satirico creato, scritto e doppiato da Matt Stone e Trey Parker, nei 14 anni della sua esistenza ha preso di mira un po’ qualsiasi cosa, mormoni compresi. Ma non era facile prevedere che, affezionati al tema, i due autori della serie avrebbero creato un musical teatrale chiamato The Book of Mormon: lo spettacolo, lodato dalla critica e adorato dal pubblico, ha raccolto tutte le nomination che poteva raccogliere ai Tony Awards, che potremmo definire come gli Oscar di Broadway.

Il musical prende il nome dal testo sacro dei mormoni, Il libro di Mormon, e racconta la storia di due missionari mandati in Uganda dalla loro chiesa con l’obiettivo di convertire la popolazione. Il villaggio a cui sono assegnati, governato da un capotribù despotico e violento, è vessato da povertà, analfabetismo e AIDS. «L’Africa non assomiglia affatto al Re Leone, – commenta uno dei due missionari – credo che in quel film si siano presi qualche licenza poetica.» Chiederà poi di essere destinato a un’altra missione: per esempio una a Orlando, in Florida.
Tra alterne vicende, spiegazioni del libro di Mormon miste a convinzioni fantascientifiche, indottrinamenti infantili che hanno poco a che vedere col testo sacro e convinzioni culturali spesso errate, i due riescono nella loro missione di convertire la tribù, despota compreso, e scelgono di non fare ritorno nello Utah dopo aver scoperto che la religione ha poco a che fare con la verità e molto con l’aiutare le persone.

Nonostante il mormonismo sia un credo molto diffuso negli Stati Uniti, i membri della comunità sono spesso oggetto di scherno a causa delle loro pretese di irreprensibilità morale, la quasi totale assenza di fedeli di colore e una generica propensione alla predica. Stone e Parker hanno cominciato a pensare al soggetto dello spettacolo sette anni fa, quando incontrarono il terzo sceneggiatore del musical: Robert Lopez, co-autore di Avenue Q. Racconta il New York Times:

Hanno considerato e poi scartato le idee di costruire uno spettacolo sulla biografia del fondatore della chiesa, Joseph Smith, o sulle battaglie epiche tra Nefiti e Lamaniti raccontate nel libro di Mormon. Scelsero invece di parlare dei missionari.

Nel suo modo folle, The Book of Mormon ritrae anche la crisi della fede che colpisce i missionari quando realizzano che i loro luoghi comuni teologici sono irrilevanti di fronte ai problemi che devono affrontare: guerra civile, AIDS, povertà, mutilazione genitale femminile.

Visti solo nella loro candida innocenza, i missionari mormoni possono essere «facile obiettivo di derisione, in particolare per un pubblico adulto e cinico,» dice Matt Stone. […] Aggiunge Lopez: «Hanno 19 anni, sono ingenui e hanno vissuto nella bambagia, e vengono spediti nel mondo reale. L’ilarità è intrinseca.»

The Book of Mormon ha avuto più nomination ai Tony di qualsiasi altro spettacolo, quattordici. Segue con dodici The Scottsboro Boys, uno sguardo alla storia americana meno nota nella forma del minstrel show, frutto della collaborazione tra John Kander (compositore) e Fred Ebb (paroliere e sceneggiatore) che insieme avevano già realizzato i famosissimi Cabaret e Chicago. I Tony quest’anno premieranno una stagione particolarmente variegata e ricca di buoni prodotti: ma colpisce l’assenza, tra i nominati, di Daniel Radcliffe, l’attore che interpreta Harry Potter nella saga cinematografica e che dal febbraio 2010 sta recitando nello spettacolo How to Succeed in Business Without Really Trying (Come avere successo negli affari senza provarci davvero) cavandosela, dicono, niente male.

Stone e Parker si erano occupati dei mormoni tra l’altro già alla dodicesima puntata della settima stagione di South Park, All About the Mormons (Tutto sui mormoni).

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