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  • sabato 23 Aprile 2011

La capitale nella steppa

Le foto di Astana, già Akmola, già Tstelinograd, la capitale artificiale del Kazakistan

Nel corso della storia, molte nazioni hanno deciso di costruire una città dal nulla che servisse da nuova capitale del paese: da Brasilia a Nuova Delhi alla Naypyidaw dei generali birmani. Astana è la capitale del Kazakistan dal 1997, quando ha preso il posto di Almaty, fino ad allora di gran lunga la città più importante del paese. La posizione geografica di Almaty, però, non era favorevole perché quasi a ridosso del confine con il Kirghizistan e con la Cina a meno di trecento chilometri.

La cittadina di Akmola, già Tselinograd durante la Repubblica Socialista Sovietica del Kazakistan e futura Astana, aveva evidenti vantaggi strategici, trovandosi circa mille chilometri a nord verso la Russia, circondata dalla steppa. Il progetto di spostare lì la capitale incontrò qualche resistenza persino nell’ossequioso parlamento di Almaty: il vecchio nome di Astana doveva far nascere qualche sospetto, dato che Akmola significa “cimitero bianco”.

La temperatura è gelida, stabilmente inferiore ai dieci gradi sotto zero da dicembre a febbraio; i vasti spazi aperti sono spazzati da un vento altrettanto freddo. Stalin deportò centinaia di migliaia di persone in questa steppa, che i sovietici trovarono una sede ideale per basi spaziali e test nucleari. Ma i dubbi furono tenuti in poca considerazione e si iniziò a incentivare il trasferimento nella nuova Astana, che nel 2010 ha superato i 700.000 abitanti (nel 1999 erano 280.000).

Al momento di trasferire la sede del governo fu necessario cambiare di nuovo il nome a Akmola, ribattezzandola nel 1998 “Astana”, che significa semplicemente “capitale”. Una soluzione così descrittiva non deve però avere soddisfatto tutti, perché a giugno del 2008 fu proposto in Parlamento che la città dovesse essere chiamata “Nursultan”, il nome di battesimo del presidente della Repubblica.

Nursultan Nazarbayev ha rifiutato quell’onore con magnanimità. Nato nel 1940, ultimo segretario del partito comunista del paese prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica, è stato anche il primo presidente del nuovo Kazakistan e detiene questa carica dal 1990. Le elezioni dei primi di aprile lo hanno riconfermato con il 95,5% dei voti, ma l’OSCE ne ha denunciato la scarsa trasparenza e la mancanza di spazio per i candidati concorrenti al partito del presidente, il Nur Otan (“Raggio di luce della patria”). Nazarbayev vuole trasformare il paese in un centro finanziario e fa di tutto per presentarlo come un paese moderno ed efficiente, anche se una reale partecipazione democratica è ancora sulla carta e nel 2009 l’Unione Europea ha messo sulla lista nera tutte le compagnie aeree del paese tranne una, per evidenti mancanze nelle procedure di sicurezza e i salari bassissimi dei lavoratori nel settore.

Nazarbayev è il padrone e l’artefice del nuovo Kazakistan, un paese in cui è riuscito a contenere le spinte centrifughe che vengono dai difficili rapporti tra i kazaki e la ampia minoranza russofona, circa un quarto della popolazione. Il processo di russificazione attraverso le scuole e i mezzi di comunicazione durante il periodo sovietico ha fatto sì che il kazako, che è una lingua turca occidentale e con il russo ha ben poca parentela, stenti ad affermarsi come lingua di stato e persino come lingua parlata nella vita di tutti i giorni dalla maggioranza della popolazione. Problemi a parte, spostare la capitale e ricostruire quasi dal nulla una sperduta cittadina nel nord del paese doveva essere il simbolo della nuova nazione.

Ad Astana si costruisce molto e si costruisce in fretta: se necessario, spostando all’ingresso dei cantieri gli uffici della dogana, così da risparmiare tempo nelle procedure burocratiche per i materiali, oppure facendo intervenire l’esercito, come è successo per la costruzione del palazzo presidenziale. Alcuni tra i più celebri architetti del mondo hanno costruito gli edifici di rappresentanza della città, il cui piano generale è stato tracciato dall’architetto giapponese Kisho Kurokawa.