Le polemiche sul tour di Bob Dylan in Cina

Bob Dylan ha suonato per la prima volta a Pechino e Shangai

La scaletta dei concerti non conteneva le sue più famose canzoni politiche

Il 6 aprile Bob Dylan ha cantato per la prima volta in Cina, al Gymnasium del Gongren Tiyuchang, lo storico Stadio dei Lavoratori di Pechino, e l’8 aprile a Shangai. Sono i primi concerti che Dylan tiene in Cina, lo scorso anno infatti quelli in programma erano stati annullati per ragioni non spiegate dalle autorità cinesi.
Probabilmente è questo precedente che ha fatto si che molti commentatori, cinesi e occidentali, si insospettissero nello scoprire che la scaletta delle due esibizioni escludeva alcune delle più famose canzoni di protesta di Dylan, come  “The Times They Are A-Changin”, “Hurricane” e “Blowin’ in the wind”.

Nel ricco dibattito che c’è stato sui media americani e in rete alcuni ipotizzano una forma di autocensura da parte di Dylan; altri, come Maureen Dowd del New York Times, sostengono che il cantante abbia sottoposto in anticipo la lista dei pezzi che voleva suonare alle autorità e abbia lasciato che alcune delle canzoni più scomode venissero eliminate.
Il commento di Dowd è senza appello:

Bob Dylan potrebbe aver ottenuto l’impossibile: superare un limite mai raggiunto nella svendita di se stessi.

Per Dowd suonare una playlist in cui mancavano proprio le canzoni che contengono un messaggio politico, e che sarebbe stato importante cantare davanti ad un pubblico cinese, o meglio davanti ad un pubblico di «2000 funzionari statali che si prendono una rilassante pausa dalla repressione» è stato un atto molto grave da parte del cantante, un atto che equivale a vendersi, nello stesso colpevole modo in cui l’hanno fatto – dice Dowd – Beyoncé e Mariah Carey e altri che si sono esibiti davanti alla famiglia Gheddafi.

Ha cantato la sua scaletta censurata, si è preso la sua pila di soldi comunisti e se ne è andato

Dowd prosegue nell’analisi dell’episodio argomentando che in realtà Bob Dylan non è mai stato un vero rivoluzionario, e che quindi non può tradire in questo modo lo spirito degli anni ’60, perché non lo ha mai né avuto né rappresentato, mentre avrebbe soltanto cavalcato l’onda della protesta per raggiungere il successo con canzoni che potessero funzionare da inno politico di quegli anni, per poi emanciparsi dai temi civili una volta ottenuta la fama.

James Fallows dell’Atlantic cerca di entrare più nello specifico delle esibizioni: è difficile parlare di un intervento certo di censura o autocensura quando la scaletta dei due concerti cinesi comprendeva pezzi come “All along the watchtower” e “Ballad of a thin man”, che dice:

But something is happening here/But you don’t know what it is/Do you, Mister Jones? [Qui sta succedendo qualcosa, ma tu non sai che cosa sia, vero Mr Jones?]

Fallows, citando Adam Minter (e il suo blog Shanghai Scrap), spiega che uno dei motivi per cui Dylan potrebbe aver escluso “The Times Are A-Changin'” è perché nel testo della canzone si fa riferimento a una struttura democratica e a una situazione politica americana (Come senators, congressmen/Please heed the call/Don’t stand in the doorway/Don’t block up the hall/For he that gets hurt/Will be he who has stalled/There’s a battle outside and it is ragin’/It’ll soon shake your windows and rattle your walls/For the times they are a-changin’) con cui il pubblico cinese è poco familiare.
Se l’argomentazione può sembrare debole, è vero però quello che sottolinea Fallows in conclusione:

– Il numero dei fan cinesi di Dylan non è enorme (mentre ad esempio gli Eagles hanno un enorme successo)
– Le canzoni che i critici statunitensi di Dylan volevano fossero suonate non avrebbero avuto tanta eco in Cina
– Le canzoni che Dylan ha suonato avevano un messaggio politico comunque abbastanza forte: «So much oppression/can’t keep track of it no more»

Adam Miner infine chiude le polemiche sul fatto che Dylan non abbia fatto nemmeno un commento a favore della libertà di espressione artistica in Cina, ricordando che Dylan non si è mai espresso su questi temi in passato. Miner aggiunge che non c’è alcuna prova concreta che la scaletta di Dylan sia stata preapprovata dalle autorità cinesi: non ci sono documenti che lo dimostrano né comunicazioni ufficiali. Inoltre:

Se il contenuto del concerto fosse stato preapprovato, non è strano che la censura cinese abbia accettato che Dylan aprisse entrambi i concerti con una canzone sfacciatamente cristiana come “Gonna Change My Way of Thinking”?

Ma pretendere dalle autorità cinesi tanta attenzione filologica al repertorio dylaniano forse è un po’ troppo, non si offendano i dylaniani.