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  • martedì 15 marzo 2011

La propaganda con le foto dei morti, in Israele

Venerdì scorso una famiglia di coloni israeliana è stata uccisa a coltellate nel sonno

Il governo ha deciso di diffondere le foto del massacro e la cosa ha fatto discutere

Venerdì scorso, durante la notte, un gruppo di terroristi palestinesi ha fatto irruzione in un’abitazione a Itamar, una colonia israeliana in Cisgiordania, e ha ucciso a coltellate la famiglia che vi abitava. Udi Fogel, il padre, aveva 36 anni; Ruth Fogel, la madre, ne aveva 35; i loro figli, Yoav, Elad e Hadas avevano rispettivamente 11 anni, 4 anni e 3 mesi. Erano disarmati e sono stati uccisi nel sonno. L’aggressione è uno dei fatti più atroci verificatisi in Israele negli ultimi anni, ha suscitato varie reazioni di condanna sia in Israele che nel mondo e ha riaperto la questione dello status delle colonie, vista la decisione di Netanyahu di ordinare la costruzione di nuovi insediamenti due giorni dopo il massacro di Itamar.

C’è poi un’altra discussione in corso in Israele, relativa alle reazioni al massacro. Il governo israeliano, infatti, ha diffuso le foto scattate nella casa subito dopo l’arrivo delle forze dell’ordine. Sono fotografie terrificanti, si possono vedere qui: l’unica alterazione è l’oscuramento del volto delle persone uccise. Per Israele si è trattato di una decisione senza precedenti, presa dal ministro Yuli Edelstein dopo aver avuto l’assenso dei familiari delle vittime. Ci sono vari temi e reazioni che si sono intrecciati, da quel momento.

Il primo è quello che riguarda il ruolo delle immagini, specie di immagini così atroci, in un contesto di guerra. Non è un tema nuovo e di fatto emerge ciclicamente, in Medio Oriente e ovunque si tenga un conflitto, con reciproche accuse di scorrettezza e di sciacallaggio nei confronti delle vittime e conferme sull’efficacia che una simile rappresentazione di un atto di violenza ha rispetto al suo semplice racconto. In Israele la cosa si lega inevitabilmente al comportamento dei palestinesi. Se, infatti, la decisione di Edelstein non ha precedenti nell’atteggiamento del governo israeliano, sia Hamas che Fatah diffondono spesso le foto delle vittime degli attacchi israeliani a Gaza e in Cisgiordania (le foto di una bambina uccisa dai bombardamenti a Gaza fece il giro del mondo, qualche anno fa). Oggi su Haaretz Nir Hasson ha intervistato il ministro Edelstein.

Questo racconta che la decisione di diffondere le foto è stata presa domenica mattina: che non tutti nel governo ne erano convinti ma che era chiaro che un fatto così enorme richiedesse una reazione straordinaria. “Eravamo d’accordo sul fatto che si era passato il limite e che era impossibile comportarsi normalmente. Ogni volta che parlo di Israele e dei media israeliani all’estero ricevo sempre la stessa domanda: perché non mostrate le foto? Perché le vostre foto sono sempre così fredde e sterili mentre quelle che vengono dalla Palestina sono drammatiche? Non lo facciamo perché non vogliamo causare ulteriore sofferenza alle famiglie e perché non siamo come loro, non siamo come i palestinesi. Ora forse queste foto faranno capire con chi abbiamo a che fare”.

Edelstein fa riferimento alla pratica di Hamas e Fatah – non genericamente “i palestinesi” – di diffondere sistematicamente le foto delle conseguenze degli attacchi israeliani, il più delle volte senza consultare i familiari delle persone uccise. C’è una contraddizione: Israele accusa spesso la stampa araba e si lamenta che la diffusione delle foto dei propri attacchi incita all’odio e alla violenza. Secondo Edelstein la differenza è nel tatto con cui vengono trattate questo genere di situazioni: in Israele pochi mezzi di informazione hanno mostrato le foto, la cui diffusione è stata comunque eccezionale, mentre nel mondo arabo la loro diffusione è sistematica e strumentale. Restano vere però entrambe le conseguenze di una decisione del genere: ci sarà chi prenderà coscienza della gravità del conflitto e delle atrocità che questo comporta, così come ci sarà chi ne trarrà ulteriore rabbia e motivazioni per giustificare reazioni violente. La propaganda e la pace non vanno necessariamente d’accordo.

foto: Uriel Sinai/Getty Images

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