L’uomo che ha perso

"Non si vota nel 2011", ha annunciato ieri Fini, finalmente: e la sconfitta è tutta sua

Ci voleva Fini per mettere a verbale una notizia che è diventata tale ormai da tempo e che nessuno aveva ancora dato: le elezioni anticipate intorno a cui sono girate la politica e l’informazione italiana (e le conversazioni degli italiani) per un anno non ci saranno. Punto. È stato cancellato in poche settimane il tema che ha occupato impegni, pensieri e dibattiti di tutti per mesi. La maggioranza è tornata stabile e solida, non rischia quando chiede il voto alle camere, le successive date immaginate finora per il voto sono sparite dalle agende: malgrado le teste tardino ad adeguarsi a questa realtà. La politica italiana sembra Vilcoyote che corre ancora verso una campagna elettorale senza essersi accorta che sotto non c’è più niente.

Ci sarebbero molte considerazioni da fare su come la politica – e i media, che di questa esaltazione sono stati i primi responsabili – abbiano buttato via un anno da una parte e dimostrato la propria incapacità di leggere il futuro (e il presente) dall’altra: col tempo dedicato alle chiacchiere e agli annunci e alle ipotesi a cui il paese è stato sottoposto in questo anno ci si sarebbero costruite una esperta politica migratoria, una solida battaglia all’evasione fiscale, un dibattito sensato sulla scuola o almeno un pensiero strutturato sull’identità e il futuro dell’Italia nel fatidico anniversario. Invece tutto questo è macerie.

Ma la considerazione che vale la pena di fare subito, perché è una storia che qualcosa di concreto lo racconta e permette alcune conclusioni, riguarda appunto l’uomo che ieri ha detto “è finita, almeno per ora”, e da cui era partito tutto. Gianfranco Fini è stato protagonista nel bene e nel male di tutto questo anno. Ha rappresentato, benché con modi e tempi macchinosi e logoranti, la più coraggiosa novità politica italiana di questa legislatura assieme a un tentativo di dare alla destra ostaggio di Silvio Berlusconi e delle sue corti un progetto diverso, più rispettabile e moderno. Il tentativo merita di essere attribuito soprattutto ad alcuni dei suoi compagni, ma la faccia ce l’ha sempre messa lui.

E però è stato sconfitto, spettacolarmente. Quel progetto – troppo ardito o troppo prudente? – le ha buscate sul campo il 14 dicembre e si è poi sgretolato sul respiro successivo, con il rientro in più comodi ranghi di molti suoi preziosi uomini. Rientro che non solo ha costituito un duro colpo pratico (con la perdita del gruppo parlamentare) e di immagine, ma che significa qualcosa di più robusto e rivelatore. Almeno in parlamento, la forza di quel progetto di dare alla destra ostaggio di Silvio Berlusconi e delle sue corti un progetto diverso, più rispettabile e moderno, è inesistente. Futuro e Libertà si è dimostrata un gruppetto di persone capaci, convinte e affidabili che supera di poco le dita della mano: quel gruppo ha saputo conquistare alla sua alternativa solo pochissimi altri nomi, che immediatamente si sono rivelati attratti da diverse prospettive o investimenti. Non si cambia la destra italiana in sette.

Fini di questo è solidamente responsabile: proprio perché ci ha messo la faccia. La sua capacità di convincere, di articolare il progetto, di prenderlo in mano e di dargli una credibilità, si è provata insufficiente. Gli va un onore delle armi – ancora più meritato per coloro che in questi mesi gli hanno costruito intorno un nuovo partito dal nulla – ma anche un voto assai scarso nella pagella della qualità politica. Se da quel che lui e i suoi hanno fatto in questi mesi rinascerà qualcosa in grado di ricostruire quel progetto, sarà per nuove capacità: le sue non sono bastate. Poi a rimettere Bruno Vespa al posto suo se la cava sempre bene, ma la destra italiana ha evidentemente bisogno di ben altro.
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