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  • martedì 22 Febbraio 2011

La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio – Episodio 14

Penultimo episodio pubblicato sul Post dell'ultimo libro di Brizzi: Patrizia d'Addario, vulcani finti e Pasolini

Le puntate precedenti di La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio (Laterza)

La calda estate di papi

Un pomeriggio, di fronte alla tabaccheria di via Guidotti, m’imbattei nel mio vecchio amico Iuri Giacobbi.
L’Italia del Silvio non era un paese per fessi, e Iuri si era ritagliato la sua fettina di benessere: era passato dalla vendita di prodotti per il dimagrimento all’attività di promotore finan­ziario.
Quando lo vidi io era abbronzatissimo, e sembrava su tutte le furie.
«Bella, vecchio» mi salutò e, dopo i baci sulle guance, restò a guardarmi come ce l’avesse con me.
«Tutto bene, Iuri?» domandai.
Mi mostrò il pugno destro: aveva le nocche spellate di fresco, e un rivolo di sangue gli disegnava il dito medio.
«Mi sono appena preso a manate con un talebano» sospirò. «Un lavavetri del cazzo. Gli avevo detto di non toccare la mia Classe A, e quello niente. Ride, e mi sporca il parabrezza di schiuma.»
Imprecai, intuendo cosa stava per raccontarmi. «E c’era bisogno di alzare le mani?»
«Io non sono razzista e tu lo sai», mi piantò l’indice sullo sterno. «In fabbrica c’era gente di tutti i colori, ma stavano al loro posto. Ma chi cazzo sei, tu, per arrivare lì e sporcare la macchina che mi sto pagando un mese alla volta?»
Me lo domandò furioso, come fossi stato io a gettargli la schiuma sul parabrezza, poi scoppiò a ridere e ricordò: «Mentre scendevo, l’infame ha provato anche a colpirmi col bastone. Si vede che usa così, al suo paese». Con gli occhi che sembravano schizzare fuori dalla testa, ammise: «Ah, ma gliele ho date per bene».
«Chissà che bella scena» sospirai.
«Se non mi fermavano, gli spaccavo quella faccia di merda contro il palo del semaforo» notò.
«Iuri, era solo un povero…»
«Anche tu!» s’indignò. «Ma finitela! Cosa devo, farmi pisciare nel culo solo perché è straniero? Se era italiano lo trattavo uguale, te lo giuro!» Poi si guardò attorno, sospirò e disse: «Spero solo non mi abbiano fatto un bel film. Con tutte le telecamere del cazzo che ci sono in giro, capace che all’inizio la madama mi lascia tranquillo, e poi si fa sentire al telefono tra qualche settimana».
Stavo per ricordargli che un tempo gli piacevano, le telecamere, ma era troppo su di giri.
«Io mi faccio i cazzi miei» ribadì. «Ma, se vogliono lo scontro, sono qui. E tu?» mi riscosse per una spalla. «Non dirmi che ti sei trasformato in un cagasotto! Proprio ora che serve tenere la guardia alta!»
«Contro i lavavetri?» lo provocai.
«Cosa vuoi che ti dica, vecchio» sospirò deluso. «Non son tipo da lasciarmi pestare i piedi.»
La paranoia nei confronti degli immigrati aveva terreno fertile, con teste calde come lui.
Non mi risulta che sia mai stato indagato per la rissa col lavavetri; in compenso, pochi mesi dopo si accapigliò con un barista italiano in una stazione di servizio sull’A14. Quello aveva osato accusare Iuri di avere pagato con cinquanta euro falsi, e lui era impazzito.
Li dovettero separare due agenti della Stradale: per la cronaca, appurarono che la banconota era contraffatta, e ne trovarono altre tre con lo stesso numero di serie nel portafogli del mio amico.
Iuri passò una notte in cella di sicurezza, e se ne andò con un paio di denunce sul groppone.
«Si vede che non ho ancora imparato a vivere» fu il suo unico commento, agro e autoironico, prima di celebrare gli eventi facendosi tatuare sull’avambraccio la scritta – dal discutibile spelling – «One agaist all».
Walter Veltroni, primo segretario nazionale, se n’era andato a febbraio dopo avere auspicato un governo di larghe intese alla tedesca: era stato proprio il Silvio ad importare l’idea in Italia, ma stavolta aveva respinto l’ipotesi con una pernacchia.
Perso il segretario a poche settimane dal voto, Dario Franceschini ne aveva preso con abnegazione il posto in corsa; poiché veniva dalla Margherita, molti ex Ds gli avrebbero preferito Bersani, ma non c’era più tempo per organizzarsi.

Alle settime elezioni europee di giugno l’Italia aveva a disposizione 72 seggi: nonostante l’inquietante condotta del Silvio, il Popolo della Libertà se ne aggiudicò 29, e altri 9 andarono alla Lega.
Contando che il Pd si era fermato a 21, e l’Italia dei Valori a 7, suonò come una sostanziale tenuta delle forze governative: i pretoriani del Silvio erano gente di principi, e non avrebbero mai abbandonato il proprio leader solo perché frequentava delle minorenni.
(E poi che ne sapevamo, noialtri? Magari era semplicemente sua figlia. E chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni!)
Quando finalmente il loro campione venne ricevuto alla Casa Bianca, noialtri di Francigena XXI avevamo fatto in tempo a raggiungere a piedi il Tirreno, i nuovi eurodeputati avevano già fatto la loro prima visita a Bruxelles e Obama si apprestava a festeggiare i primi cinque mesi da presidente.
Si sapeva che il Barack era un tipo informale, ma restammo tutti stupiti quando lo vedemmo accogliere il Silvio torreggiando su di lui, per poi posargli entrambe le mani sulle spalle.
«Adesso lo sculaccia!» gridai, invece l’uomo più potente del mondo s’incurvò per cercare lo sguardo dell’uomo più potente d’Italia e lo salutò con un gioviale: «Great to see you, my friend».
Perlomeno non portava rancore verso il nostro paese.
Dopo un’ora e mezza di colloqui riservati, i due statisti si ripresentarono alle telecamere: Obama ribadì che l’Italia era un alleato cruciale degli Stati Uniti, e il Silvio garantì a sua volta: «Sono qui a collaborare con il presidente Obama, così come è successo in precedenza con i presidenti Clinton e Bush».
Sembrava stranamente fuori fase, meno sorridente del solito, ed evitava lo sguardo del Barack: che avesse dei pensieri?
«Sarei molto lieto» aggiunse col solito tocco creativo nella consecutio «se continuando i nostri rapporti si possa arrivare ad una amicizia».
Manco a dirlo, rientrò in patria raccontando che aveva trionfato: a sentire i suoi sostenitori, anche per la fusione fra Fiat e Chrysler – già annunciata dal Barack a fine aprile – i meriti maggiori andavano riconosciuti al Silvio.
Per quasi settantadue ore l’immagine del nostro leader tornò a rifulgere: aveva fermato i comunisti, salvato Alitalia, ripulito Napoli in una notte, e adesso anche Obama si era inchinato – non l’avevamo visto, in tivù? – di fronte alla sua maestà!

Elogi e panegirici della stampa amica si sprecavano. La stagione del Silvio sembrava avviata alla salvezza con quel gol in trasferta a Washington, ma il destino crudele era in agguato: all’ultima giornata di campionato entrò in campo una bionda fuoriclasse di Bari, tale Patrizia d’Addario.
La donna si mise subito in luce con un’intervista ubriacante, nella quale sosteneva di avere trascorso una notte a pagamento col Silvio. Poiché all’inizio non era chiaro se fosse una escort o una candidata del Pdl, o entrambe le cose, la stagione ne risultò compromessa senza rimedio.
Come benzina sul fuoco, uscirono sui siti web di alcuni giornali esteri le foto delle vacanze del Silvio in Costa Smeralda.
Ormai potevamo spiare il leader dal buco della serratura: si vedeva una escort che reclamava attenzione per la propria candidatura, una ex partecipante del Grande Fratello seduta sulle ginocchia del presidente del Consiglio e qualche valletta chiusa in bagno, attenta a immortalarsi con la fotocamera del cellulare, per poter documentare l’unica sera in cui era stata ospite a casa del leader.
Fra bassezze assortite, un dubbio prese a serpeggiare anche tra i fedelissimi: che avesse ragione Veronica Lario, a volersi separare da un marito così?

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