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  • lunedì 21 Febbraio 2011

Il petrolio è ancora lì

Una nuova ricerca dimostra che il fondale del Golfo del Messico è ancora inquinato e smentisce i rapporti della BP

Il petrolio che la scorsa primavera ha invaso i fondali del Golfo del Messico al largo delle coste della Louisiana è ancora lì e non si sta disgregando. Uno studio condotto da alcuni ricercatori della University of Georgia ha dimostrato quanto il fondale marino sia rimasto danneggiato dalla perdita causata dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon della BP, che pochi giorni fa aveva rilasciato un proprio rapporto affermando che entro un anno l’emergenza ambientale nel Golfo sarebbe completamente rientrata. I ricercatori sostengono invece che occorrerà molto più tempo e che gli effetti sull’ecosistema marino saranno probabilmente visibili solo tra una decina di anni.

Samantha Joye, la responsabile della ricerca, ha condotto alcune rilevazioni nel mese di dicembre per confrontare lo stato del fondale con quello che aveva trovato la scorsa estate. La ricercatrice immaginava di trovare molti meno residui di petrolio, ma così non è stato. Stando alle sue stime, i microbi che avrebbero dovuto digerire il petrolio, scomponendolo e rendendolo innocuo per l’ambiente, avrebbero portato alla rimozione del solo 10% del combustibile fossile. Questo risultato è in contrasto con altre ricerche scientifiche, che avevano stimato una disgregazione molto più massiccia del petrolio sul fondale, spiegano su Salon.

La responsabile della commissione che si occupa dello stato di salute del Golfo ha detto lo scorso sabato che «buona parte del petrolio era sparito». E uno scienziato del Dipartimento per l’energia, che ha condotto una ricerca utilizzando fondi della BP prima della perdita, ha affermato che la sua analisi del petrolio in acqua dimostra che i microbi hanno fatto un lavoro «piuttosto veloce» nel digerire il petrolio.

Joey e il suo team di ricerca hanno condotto cinque diverse spedizioni nel Golfo per analizzare lo stato del fondale in diverse aree. Le analisi hanno interessato circa 250 campioni prelevati dal mare in un’area di oltre 6.700 chilometri quadrati. Il petrolio trovato ha le stesse caratteristiche di quello fuoriuscito dal pozzo rimasto aperto dopo l’esplosione della piattaforma petrolifera, un dato importante per dimostrare le responsabilità di BP.

La mancata disgregazione del petrolio ha condizionato pesantemente la vita degli organismi che vivono sul fondale. Nel corso di una conferenza a Washington, Joey ha mostrato le immagini di numerosi animali morti sul fondale a causa di gravi intossicazioni dovute alla presenza del petrolio. Una delle prime misure di emergenza assunte per arginare il dilagare del combustibile fossile in mare fu quella di incendiarlo, ma questo procedimento ha portato alla formazione di fuliggine pesante che si è andata a depositare sul fondale e sulle numerose specie marine che lo popolano. «Sono stata sul fondale. Ho visto con i miei occhi di che cosa si tratta. Non sarà tutto a posto entro il 2012. Quando vedi in che stato è il fondale, ti fai un’idea ben diversa» ha spiegato l’autrice della ricerca.

Non si sa di preciso quanto petrolio sia ancora là sotto e quanto sia stato effettivamente disgregato dai microbi “spazzini”. Le stime della BP e quelle degli enti governativi sono diverse da quelle dello studio di Joey e la questione è controversa. Esperti e ricercatori sembrano comunque concordare su un punto: i danni causati a un’ampia varietà di specie marine inizieranno a essere visibili solo nel corso dei prossimi anni. Il petrolio ha modificato l’ecosistema marino nelle aree in cui si è depositato sul fondale, modificando probabilmente la catena alimentare di numerose specie, che ora faticano a sopravvivere.