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  • venerdì 18 Febbraio 2011

Un processo a Guantanamo

Il reportage di Mattia Ferraresi per il Foglio dal carcere americano di massima sicurezza

Mattia Ferraresi è l’inviato del Foglio negli Stati Uniti. Ieri il Foglio ha pubblicato un suo interessante reportage da Guantanamo, la baia cubana dove gli Stati Uniti gestiscono un carcere di massima sicurezza che ospita detenuti accusati o condannati per terrorismo. Fin dalla sua istituzione, nel 2002, la prigione di Guantanamo è diventata uno dei simboli della politica estera dell’amministrazione Bush: e questo anche perché, trovandosi fuori dalla giurisdizione legale degli Stati Uniti, non sempre c’è stata grande trasparenza riguardo quello che è successo tra le sue mura. Per anni, infatti, le associazioni umanitarie hanno denunciato il mancato accesso alla struttura e episodi di abusi e torture nei confronti dei detenuti. Anche queste denunce sono state a loro volta molto contestate, e negli ultimi anni molte testimonianze – un anno fa quella di Alberto Flores d’Arcais su Repubblica – hanno parlato invece di un carcere completamente ripulito e sicuramente molto più comodo e servito delle prigioni collocate all’interno del territorio statunitense. Da quando sono cominciati i rimpatri dei detenuti, molti hanno chiesto di poter rimanere a Guantanamo piuttosto che tornare nei loro paesi d’origine: questo non dimostra che ogni standard di civiltà sia rispettato, ma indica che sul tema si fanno anche valutazioni approssimative.

Poi c’è la questione dello status legale dei prigionieri, detenuti per molti anni senza avere subito processo, impossibili da condannare in un tribunale ordinario e allo stesso tempo impossibili da rilasciare a meno di non mettere consapevolmente in libertà dei terroristi. Il reportage di Mattia Ferraresi racconta tra l’altro una di queste storie: quella di Noor Uthman Mohammed, accusato di avere addestrato centinaia di terroristi nel campo di Khalden, in Afghanistan.

Se il popolo che chiede con cori di giubilo la chiusura di Guantanamo è stato sedotto e abbandonato da Barack Obama, l’altro popolo meno ciarliero e più realista che per i terroristi vuole processi militari come prima, più di prima, è stato abbandonato e poi sedotto. Sul carcere speciale nella base americana a Cuba l’Amministrazione Obama sta facendo la parte dell’amante civettuola che ammicca all’amico solo per riaccendere l’interesse della preda distratta: con l’ordine esecutivo di chiusura firmato due giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, Obama ha flirtato con i liberal adoranti che volevano uscire dall’era Bush, chiudersi la porta alle spalle e buttare la chiave in mare. Ma nel tempo ha dovuto ritrattare le promesse di un’avventura amorosa senza fine per tornare all’efficacia ordinaria delle commissioni militari volute dal suo predecessore.

Negli oltre due anni di governo democratico, il dipartimento di Giustizia del procuratore generale Eric Holder ha vagliato decine di alternative al carcere speciale, ha trasferito terroristi a paesi terzi, i suoi uomini hanno lavorato come filologi per trovare le intersezioni fra la giustizia militare e quella civile, con l’obiettivo di trasferire i prigionieri sul suolo americano e lì esporli al giudizio equo di una corte federale, con l’habeas corpus e la Convenzione di Ginevra a fare da guardiani morali delle rivoluzioni legali del presidente. L’attentatore delle ambasciate americane in Kenya e Tanzania (anno 1998 dell’era pre 11 settembre) Ahmed Ghailani è stato processato a New York, in un’aula non lontana dagli isolati dove erano appoggiate le Torri Gemelle. E’ stato usato come lo sdoganatore della narrativa dei processi civili in opposizione alla giustizia militare voluta da Bush per i terroristi non inquadrabili nelle categorie della legge ordinaria, ma il giudice lo ha dichiarato colpevole soltanto di uno dei 280 capi d’imputazione (Ghailani ha ucciso 223 persone e ne ha ferite oltre quattromila) e rischia una pena che va dai vent’anni di reclusione al carcere a vita. La corte speciale lo aveva riconosciuto colpevole, fra gli altri, di sei capi d’accusa che avrebbero potuto portare, se confermati, alla pena di morte.

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