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  • venerdì 18 Febbraio 2011

La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio – Episodio 12

Enrico Brizzi, altro salto, dodicesimo episodio: terremoti nazionali, presidenti abbronzati e Noemi Letizia

Le puntate precedenti di La vita quotidiana in Italia ai tempi di Silvio (Laterza)

L’arrivo del 2009 fu salutato, durante i veglioni televisivi, come lo scacciacrisi definitivo: il Silvio era tornato a sorridere, e il tempo delle vacche magre doveva considerarsi finito per sempre.
La sera del 3 gennaio, invece, i telegiornali ci restituirono le immagini agghiaccianti delle truppe israeliane che entravano in armi nella striscia di Gaza.
Erano gli stessi ventenni in divisa color oliva che, l’estate precedente, ci offrivano acqua fresca e buoni consigli mentre marciavamo verso Gerusalemme?
Il nome dell’operazione, «Piombo fuso», era l’efficace sintesi della tempesta di ordigni che aveva colpito dal cielo la striscia di Gaza, ma non era ancora finita: tank e mitragliatrici spararono per dodici giorni, ci furono centinaia di vittime fra i miliziani di Hamas, e certo non meno fra i civili, compresi quelli riparati in una scuola dell’Onu teoricamente adibita a rifugio.
Per chi aveva visto la Terrasanta da pellegrino, imparando a liberarsi di tanti pregiudizi mutuati dalla tivù, fu uno strazio vero e la certificazione che la pace era ancora lontanissima.
In mancanza di dati certi, si leggeva sul web che le cifre oscillavano fra le seicento vittime valutate dall’Idf – le Forze armate israeliane – e le oltre milletrecento lamentate dai media arabi, che ridefinirono l’operazione «il massacro di Gaza».
Solo i colloqui di pace urgentemente richiesti dalla comunità internazionale, che si tennero a Sharm el-Sheikh il 18 gennaio, scongiurarono il proseguire dell’operazione, che d’altronde il governo israeliano considerava conclusa.
Due giorni dopo, a Washington, Barack Obama pronunciò il suo giuramento come quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti: era il primo uomo di colore a raggiungere la carica, e il suo avvento fu salutato come una nuova età dell’Acquario, turbata solo da paranoie d’attentati e da una definizione irriverente coniata dal nostro presidente del Consiglio.

Il Silvio, va detto, era un uomo di mondo: quando veniva ammesso alla Casa Bianca da un Bush sempre più smarrito, giurava eterna, eternissima, fedeltà alla Nato. Lui i rossi li odiava più di tutti, che fosse chiaro a George W. e all’intero Republican party!
Quando invece viaggiava verso Est, rinunciava alla pregiudiziale anticomunista per frequentare l’ex ufficiale del Kgb Vladimir Putin. Non era solo il numero uno di un paese che poteva rivelarsi un buon mercato per il Made in Italy, oh no: Vladimir era proprio un suo buon amico. Uno di quelli che s’invitano in vacanza nella propria villa, se la villa è in Costa Smeralda, un po’ perché fa sempre piacere circondarsi di bella gente, e un po’ perché farà chic indicare alle amiche i giacigli che hanno accolto quei Grandi.
Adesso, però, c’era da sistemare la diplomazia atlantica: come gratificare quel Barack senza sembrare provinciali?
Il Silvio ci pensò bene: da quando aveva salutato l’elezione di Obama con un moto di spiritosaggine passato alla storia, gli americani si erano fatti maliziosi nei suoi confronti.
Ma, a ben vedere, cosa aveva poi detto?
Riavvolgiamo il nastro sino al 6 novembre: Obama era stato appena designato vincitore delle presidenziali, e il mondo intero era a bocca aperta per il primo afro-americano alla Casa Bianca.
Il Silvio, anche in quell’occasione a Mosca, aveva sbigottito gli inviati e fatto impazzire le agenzie di stampa. Non meno disorientati di altri colleghi, scrissero su «Bloomberg.com» Steve Scherer e Lyubov Pronina: «Italian Prime Minister Silvio Berlusconi today praised Barack Obama, saying the U.S. president-elect is ‘young, handsome and also tanned’. Berlusconi, speaking in Italian during a press conference with Russian President Dmitry Medvedev in Moscow, said he was sure he would get along well with Obama because he is ‘giovane, bello, e abbronzato’».
Grandi risate nella Russia di Putin e Medvedev, sconcerto in Italia, gelo diplomatico dal Nuovo Mondo, nonostante la puntuale smentita del Silvio, che aveva spento l’incendio a modo suo: «If some people don’t have a sense of humor, then it’s their problem», si era sentito in dovere di chiarire, per concludere trionfante: «God save us from the imbeciles».
Proseguivano Scherer e Pronina: «Berlusconi, President George W. Bush’s most loyal ally in Europe, has a reputation for making controversial comments»: ormai gli avevano preso tutti le misure, e continuava a stupire solo noi italiani.
Pensa che ti ripensa, al Silvio venne un’idea: perché non recarsi in visita alla Casa Bianca, e ringraziare Obama per tutto quello che l’America aveva fatto per il nostro paese?
Sembrava un’idea adattissima: chi non si autoinviterebbe a casa di un nero che ha appena definito «abbronzato»?
Per qualche motivo, benché l’Italia stesse organizzando un suggestivo G8 sull’isola della Maddalena, a Washington non si trovò un buco in agenda da lì a molti mesi.

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