La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio – Episodio 8

Libro di Enrico Brizzi, ottava puntata (dopo un piccolo salto): "Jack Frusciante" arriva in tv

Nel luglio del ’94, con il Silvio ancora al governo, uscì il mio romanzetto d’esordio per l’editore Transeuropa.
Il tradimento della Lega ai suoi danni andava forse maturando, quando mi segnalai all’attenzione del presentatore acculturato e rock di Videomusic Lerri Bolognesi. Lo feci scalando una struttura di tubi metallici col mio libro fra i denti, e l’inusitata impresa gli diede la curiosità necessaria per affrontare le pagine di Jack Frusciante è uscito dal gruppo. La storia dovette piacergli sul serio, se mi fece arrivare a stretto giro un invito per raggiungerlo, seppur brevemente, nel magico mondo della televisione.
Ospite di una trasmissione! Seduto davanti alle telecamere! Io proprio io?
E cosa dovevo fare?
«O Brizzino, l’è la cosa più facile di questo mondo! Te scendi dal treno a Firenze, ti viene a prendere una vettura della signora Marcucci, e in un ette ti ritrovi al Ciocco. Lassù, poi, ce la si sbriga in fretta: ti siedi e parli con la conduttrice del tuo libro, e un po’ anche di questo, codesto e quello. È tutto dimolto semplice, vedrai.»
Il mio editore Massimo Canalini era refrattario ai viaggi non indispensabili, e considerava gli studi del Ciocco, sprofondati nel verde della Garfagnana, troppo distanti dalla sua Ancona per mettersi in viaggio con me. Tuttavia, alla vigilia della mia trasmutazione alchemica in personaggio televisivo, mi bombardò al telefono di raccomandazioni: «Niente sigarette, mentre sei ripreso dalle telecamere! Parla della casa editrice, soprattutto! E, te supplico, mettiti una giacca!».

Il ricordo non è così netto, ma giurerei di non avere addosso nessuna giacca quando sbarco a Firenze ed entro nel mondo tutto al presente della televisione.
Il mio Caronte è un autista di Videomusic che mi attende, come da accordi, sotto l’albergo Baglioni, a un tiro di voce dai binari. È lui, il primo al quale faccio presente di essere amico di Lerri Bolognesi.
«Bene» fa lui, più condiscendente che altro, mentre scivola nel traffico della città di Antognoni e Batistuta.
Sta a vedere che mi sono messo in cattiva luce da solo, mi dico.
Invece no. Lerri piace anche all’autista. Solo che non lo porta mai da nessuna parte. «Si muove con la sua vespa, quello, così non lo conosco tanto bene.»
Mi racconta chi frequenta fra i volti della mia televisione musicale preferita; prendiamo la più antica autostrada italiana mentre snocciola aneddoti su Rick e Clive, Elisa Jane Satta, Attilio Grilloni e Lorenzo Scoles. Tempo di arrivare in Garfagnana e mi sta raccontando improbabili storie a tre che vedono protagonisti manager, aspiranti celebrità e cantanti di prima fascia.
Mi dispiace lasciare l’auto e Caronte, ma è ora di entrare negli studi, isolati come il Berghof fra le montagne coperte di foresta.
Sono atteso, mi presento, stringo mani, apprendo che la conduttrice è  figlia della scrittrice Rosetta Loy, e che insieme a me è ospite Guido Viale, con un saggio brillante dedicato al tema dello smaltimento dei rifiuti nella civiltà occidentale.
Mi sento, tutto sommato, a mio agio.
Le telecamere ronzano in un silenzio irreale, ma è giusto un attimo: la presentatrice lancia la nuova puntata, presenta Viale e me, ed è come essere ospiti in casa d’altri, fortunatamente educati e aperti di mentalità: quando mi si fa una domanda rispondo senza tremiti o bagni di sudore, taccio quando non vengo interpellato, e mezz’ora dopo finisce tutto.
È stato più facile del previsto, mi dispiace solo che Lerri non sia qui, ma potrà vedere la puntata in televisione come tutti gli altri.
Saluto Viale e la gentile conduttrice, esco a fumarmi un sigaretta con Caronte. Mentre mi trasporta di nuovo a Firenze, mi diverto a pensare che faccia faranno i miei amici quando mi vedranno senza preavviso in televisione.

Al mio editore venne un mezzo colpo quando, nel giro di pochi giorni, apparvi sui teleschermi senza di lui. E dire che, almeno un po’, doveva aspettarsela.
L’occasione di rimediare venne offerta dallo stesso Lerri: il mio libro meritava più di un passaggio in trasmissione. Quella storia piena di rock meritava un vero e proprio approfondimento: ci sarebbero stati, a farsi intervistare per Videomusic, i miei amici e il mio editore?
«Come no» garantii. «Come no.»
Stabilimmo di incontrarci a Falconara Marittima, dove il sottoscritto e la band di amici Frida Frenner si sarebbero esibiti in un reading rock ’n’ roll – un nuovo genere musicale per voce e band che ci affannammo a codificare durante il non lungo viaggio di andata: l’unica cosa certa era che ci sentivamo influenzati tanto dai tellurici spoken words di Henry Rollins quanto dalle vecchie storie intorno al fuoco di bivacco.
Tutto sembrava mettersi al meglio: noi avremmo suonato un genere musicale nuovo davanti a decine di ragazze carine e alcuni maschi; Lerri, per conto suo, ci avrebbe ripresi in azione e intervistati; non ultimo, Max sarebbe riuscito a coronare il suo sogno di andare in televisione senza uscire dalla provincia di Ancona.
Tutto troppo geometrico perché non sorgessero intoppi.


Ci presentammo in scena con abiti improbabili e tagli di capelli da inchiesta; suonammo, cantammo e declamammo a volume altissimo; tentammo di sedurre ragazze e da altre fummo sedotti. Fin lì tutto bene, mi sembra anzi che il buon Lerri fosse particolarmente soddisfatto, mentre Max – appassionato chitarrista sin dall’adolescenza – aveva da ridire tanto sul nostro approccio col pubblico quanto sullo stile ritmico di John.
Quasi quasi, sembrava gli rodesse non esserci stato lui, sul palco.
«L’intervista a me quando la facciamo?» s’informava con Lerri.
Si stabilì di registrarla nell’ameno agriturismo che ci avrebbe ospitati per il pranzo, e lì ebbe principio il disastro.
Esaltati dal primo live portato a termine, mangiammo il giusto e bevemmo come non eravamo abituati a bere. Quando il verdicchio entrò in circolo, e cioè nel giro di pochi minuti, perdemmo ogni rispettabilità residua: con grave sconcerto di Max, mentre Lerri gli puntava addosso la telecamera accesa, fra i più giovani non si fece silenzio. «Quelli della banda» proseguirono anzi a lanciarsi allegramente costolette e olive all’ascolana da un lato all’altro del tavolo; una di queste delizie farcite, lanciata impiegando un laccio da anfibio a mo’ di fionda, centrò il mio editore sul revers della giacca proprio mentre spiegava l’importanza della sua missione di talent scout.
«Il mio Armani!» perse le staffe. «’Ndo stemo, porca puttana, all’asilo?»
Quella volta aveva tutte le ragioni del mondo per arrabbiarsi, ma era stato lui a mettere sotto contratto un under 21 praticante di reading rock ’n’ roll.
«Ve pare che uno se veste in un certo modo, e se becca addosso le olive?» fece notare in tono più composto. Un nuovo fremito di stizza parve scuoterlo quando vide che gli si rideva in faccia: «Bravi, po’ chi la paga, la lavasecco?».
Qualcuno della band si era fatto cianotico, quando Max diede un profondo sospiro, levò l’indice e chiamò in causa la cameriera: «Scusi, signorina. Avete uno smacchiatore?».
Quella scomparve dalla parte delle cucine, e solo allora Max parve accorgersi della telecamera sempre accesa a due palmi da sé. «Spegni, spegni»  si raccomandò, «ché questa la rifac­ciamo».
«Per me è bella così» disse Lerri. «Teniamola», e solo allora il mio editore parve davvero impaurito.

Trascorsi un paio di mesi, Lamberto Dini aveva preso il posto del Silvio come presidente del Consiglio, ma non certo ­come patron della Fininvest: in televisione tutto procedeva, ­almeno in apparenza, come se le cose non potessero andare meglio.
Il signor Mike conduceva Supermike, Corrado La corrida, il Gabibbo animava Striscia, e anche Maurizio Costanzo, scampato all’attentato del ’93, continuava ad andare in onda – mica bisognava per forza parlare di mafia – col suo seguitissimo show.
Il mio editore, abituato a perorare di persona le ospitate dei suoi autori, era riuscito a far chiamare in trasmissione Silvia Ballestra, e non nascondeva di sperare in una convocazione anche per il sottoscritto.
«Però te devi comportare be’… Mi risale l’incazzatura se ripenso a come te sei comportato l’altra volta, quando m’avete tirato le olive co’ gli amici tui
La redazione del dottor Costanzo non doveva saperne niente, perché  mi convocarono poche settimane dopo nei panni di me stesso, un ventenne che aveva scritto un libro del quale si cominciava a parlare come d’un caso editoriale.
«Sono stato convocato» informai Max al telefono.
«E da chi? Mondadori?» domandò speranzoso.
«Costanzo. Vado a Roma la settimana prossima.»
«Ma questa è una grande notizia! Altroché Lerri e Videomusic! Stavolta famo veni’ giù pure el cibborio!»
Era, el cibborio, un’entità che Max nominava solo quando era vinto dallo stupore più sincero. Presto si riprese, sospirò che Roma era un po’ troppo lontana, altrimenti mi avrebbe ­accompagnato volentieri, e poi cominciò a sgranare il rosa­rio delle raccomandazioni: «Siedite in mezzo, che te se vede meglio».
«Non sono sicuro che mi lascino scegliere il posto» misi le mani avanti.
«Vedi di metterti una giacca da personcina ammodo, e prendi esempio da Silvia che è giudiziosa e grata, e parla sempre della casa editrice, no de Andrea Pazienza come fai tu… Ce la devo avere, la puntata con Silvia, registrata su Vhs… Te va di venirtela a studià in Ancona, prima di scendere al Parioli?»
«Mah» dissi. «Magari improvviso.»

Questa volta la porta che varco per entrare nel mondo della televisione è  quella romana dell’hotel Ritz, a due passi da piazza Euclide.
Secondo i patti, mi devo rintanare in stanza in attesa che ­squilli il telefono; purtroppo, però, una spostata giovanile, che riconosco subito come ospite abituale del Costanzo Show, mi intercetta nella hall. In qualche modo sa già che sarò suo compagno in trasmissione, e mi si appiccica addosso per fornirmi informazioni dettagliate sullo stress che l’attanaglia, ogni volta, prima di entrare al Parioli. «Mi scaldo tutta» garantisce. «Senti la mia guancia.»
Mi sembra al tatto che abbia ancora una temperatura accettabile, così  la rassicuro: «Ma no, che stai bene».
«Sono così agitata, che farei non so cosa» insiste, gli occhi cerulei da pazza puntati nei miei.
Non mento: a questo punto indovino cosa la calmerebbe. Credo anzi d’immaginarlo alla perfezione, e la mia ipotesi si invera in una salda certezza non appena la sciroccata domanda: «In che stanza sei, scrittore?».
Mostro la chiave per puro spirito di cortesia, e già preoccupato: la spostata giovanile del Costanzo Show non somiglia esattamente a Miss Italia, e neppure a Miss Muretto. Senza scendere nei particolari, diciamo che non accende il sacro fuoco della passione erotica nemmeno nel ventenne, più o meno single e in trasferta, che mi trovo ad essere questo pomeriggio.
Colpa mia, naturalmente. Diciamo che sono emozionato, stanco, o che ho bevuto troppo – anche se sono perfettamente sobrio, e ancor più che sobrio, vigile. Sono disposto a prendermi tutte le responsabilità del caso verso la sciroccata e l’intero genere femminile, giuro, ma preferirei di cuore che questa ragazza bisognosa di affetto non entrasse con me nell’ascensore dell’hotel Ritz. Lo fa, invece.
Ecco che la situazione si fa imbarazzante per tutti, mi dico.
«Si vede che è la prima volta» osserva lei, maliziosa, appena premo il pulsante del piano.
Le porte a sipario della cabina si chiudono con una lentezza che pare languidità, e noi due restiamo soli, in viaggio verticale e invisibili al mondo.


«Perché, dici?» domando.
Sbuffa, cerca il mio sguardo. «Così» risponde vaga. «Ti vedo nervoso.»
Calcolo che, se la intrattengo a parole fino all’arrivo al piano, sono quasi salvo.
«Lo so io come potresti rilassarti» annuncia passandosi l’indice sulle labbra, e il colpo basso mi mette alle corde.
Sento la voce del mio secondo, il maestro Superio Es, che m’incoraggia dall’angolo: «Non cedere ora, figliolo, ché ai punti siamo sopra! Boxa, cazzo, boxa!».
Mi vedo già colpire la sciroccata del Costanzo Show con un preciso gancio alla mandibola, poi torno in me e mi rendo conto che l’ascensore sta arrivando al piano.
Non serve colpire nessuno, nella realtà; basta schivare un abbraccio, svicolare in corridoio, correre alla stanza giusta e scrollarsi di dosso la sciroccata quel tanto che basta ad aprire la porta, con la delicatezza che le donne meritano e sempre meriteranno.
«Finocchio!» mi urla contro la fanciulla, mentre tento di richiudere l’uscio senza ferirla.
«Sì, sì» le do corda. «Ma lasciami in pace, per favore!»
Non vuole proprio levare il piede, ’sta pazza, e adesso mi grida contro, a tutto volume e in quest’ordine: «Frocio! Munnezza! Gay!».
Sto per chiederle perché «gay», in un contesto retorico e sonoro che si configura chiaramente come un climax, venga dopo «frocio» e «munnezza», ma adesso ho l’impressione che stia per sputarmi, così abolisco ogni garbo e la chiudo fuori di prepotenza.
Per un po’ continua a gratificarmi con i suoi epiteti dal corridoio.
Troppo sollevato per darmene pena, appoggio i bagagli e comincio a prendere confidenza col mio rifugio a prova di sciroccate.
L’importante, rifletto, è che quella strega e io non ci ritroviamo in macchina insieme nel tragitto verso il teatro.
O, il Cielo non voglia, seduti vicini in trasmissione.

Possono essere le cinque di pomeriggio, quando accedo sano e salvo al Parioli.
Nel fermento del backstage, noi ospiti apprendiamo da qualcuno della redazione le linee guida della imminente trasmutazione alchemica: tanto per cominciare, la trasmissione sarà registrata, notizia che mi sbalordisce come una novità assoluta. Le otto sedute sul palco, in secundis, sono già assegnate, ed è inutile che il signor editore da Ancona continui a telefonare per chiedere che il suo protegé ne occupi una centrale. Per finire, ciascuno di noi può godere di un breve colloquio col dottor Costanzo subito prima di iniziare i giochi veri e propri.
Sbalordito dall’accappatoio di paillette che il pianista Bracardi sfoggia senza ritegno, attendo il mio turno. Nel traffico dietro le quinte ancora non ho capito chi sarà ospite in trasmissione con me e chi invece non apparirà in video. Di certo oltre il pesante sipario – basta prestare orecchio – il teatro va riempiendosi.

Quando tocca a me, vengo scortato al camerino dove Costanzo, molto più  stanco di come si vede in tivù, mi attende in compagnia di un pastore tedesco.
«Lui è Brizzi, quello di Jack Frusciante» mi si presenta al dottore.
Faccio il mio mezzo inchino, dico «Piacere».
Il presentatore dev’essere reduce da una giornata impegnativa, perché mi stringe la mano senza nessuna gioia, e torna a carezzare il cane.
«Giovanissimo» osserva.
«Bella bestia, però» dico per compiacerlo. «Quanti anni ha?»
«Parlavo di lei» mi folgora il presentatore. Poi assume un’aria bonaria per levarmi dall’imbarazzo, e considera: «Ho letto sulla scheda che quella del suo libro è una storia vera».
Non sapendo chi aveva preparato la scheda, mi limito a dire la verità: «Direi proprio di sì. In pratica ho solo cambiato dei nomi, e neanche tutti».
«Lei è amico di quella scrittrice brava, la Ballestra.»
Sapeva tutto! «Sì. Anche lei pubblicava per Transeuropa, prima.»
«Con l’editore di Ancona, quello bravo e un po’ suonato» spiega la donna che mi scorta.
Suonato? È così che si parla del mio editore, a Roma?
«Ed è vero che lei» m’incalza Costanzo, «non riesce più a scollarsi di dosso il soprannome ‘Jack Frusciante’?».
«Nessuno mi ha mai chiamato così» confesso, e rifletto ad alta voce: «Non sarebbe assurdo? È come se Manzoni fosse soprannominato ‘I promessi’».
«Suona bene, ‘Jack Frusciante’» stabilisce Costanzo, sordo alla mia osservazione. «È molto musicale.»
«Per forza…» commento mortificato, ma rinuncio a spiegargli tutta la pappardella di chi sia il vero Frusciante, e di perché sia omaggiato come Jack e non col suo vero nome, John.
«Lei è una specie di portavoce dei giovani, mi raccomando a quel che dice» spiega Costanzo.
«Con rispetto parlando» faccio presente, «lo stesso Kurt Cobain dei Nirvana ha sempre rifiutato il ruolo di portavoce. E se lo rifiuta lui, in che senso io, che ho solo scritto una piccola ­storia…».
«Benissimo» m’interrompe Costanzo. «Ci vediamo in trasmissione, signor Jack Frusciante.»
Il pastore tedesco ha intuito perfettamente come il tempo a mia disposizione sia finito, e il suo sguardo m’induce a ritirarmi senza replicare.