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  • mercoledì 9 Febbraio 2011

«Non siamo in prima linea»

Dicono di non essere interessati al potere, ma ribadiscono la loro fedeltà alla dottrina dell'Islam

Il movimento è più frammentato di come appare, diviso tra un'ala politica e una più muscolare e ambiziosa

Il Guardian oggi pubblica in esclusiva un’intervista a un dirigente dei Fratelli Musulmani, cercando di fare chiarezza sulle loro intenzioni e sul ruolo politico che potrebbero ricoprire all’intero di un ipotetico nuovo governo egiziano. Nonostante le aperture degli ultimi giorni, infatti, restano ancora molte perplessità sulla loro reale disponibilità di adesione a un programma politico autenticamente democratico, che rinunci ai precetti del fondamentalismo islamico.

Domenica scorsa i Fratelli Musulmani, che ufficialmente sono banditi dalla Costituzione egiziana e che finora sono riusciti a eleggere alcuni loro membri in Parlamento candidandosi all’interno di altre formazioni, hanno partecipato ai colloqui avviati dal vicepresidente egiziano Umar Sulayman con tutte le forze di opposizione. Hanno chiesto nuovamente le dimissioni di Hosni Mubarak e ribadito che non hanno intenzione di presentare un loro candidato alle prossime elezioni presidenziali. «Abbiamo bisogno di elezioni democratiche e di un presidente democraticamente eletto, questo è tutto quello per cui lottiamo», hanno fatto sapere.

Ufficialmente hanno scelto di mantenere una linea molto moderata, consapevoli che che in questa fase ogni loro dichiarazione o protagonismo rappresenta un argomento a favore della stabilità e del presidente Mubarak. «Non siamo in prima linea», ha ribadito al Guardian Essam el-Erian, uno dei leader più influenti dei Fratelli Musulmani. «Restiamo un passo indietro: se no Obama, Cameron e Sarkozy dicono che siamo i nuovi Khomeini, la nuova rivoluzione iraniana». Ma i dubbi sulle loro intenzioni più profonde rimangono, soprattutto quelli sulla reale possibilità di abbandonare la dottrina fondativa del movimento: la diffusione e l’affermazione di una lettura radicale ed estremista della religione islamica.

La delicata questione della priorità della sovranità di Dio su quella del popolo è stata evitata più che risolta, scrive il Guardian. Ne è un esempio la jizya, la tassa che il Corano prescrive di imporre sui non musulmani e su cui non è chiaro quale sarebbe la posizione della Fratellanza. Il Corano prevede infatti che in uno stato islamico i non musulmani non possono arruolarsi nell’esercito e siano quindi costretti a pagare una tassa per la protezione che ricevono. Ma in uno stato come quello egiziano in cui la popolazione è costituita anche da milioni di cristiani il ripristino di una legge del genere sarebbe sicuramente fonte di discriminazioni e tensioni.

Erian insiste che i Fratelli Musulmani non hanno intenzione di presentare un candidato alle presidenziali e che non cercheranno nemmeno di ottente la maggioranza in parlamento: «Se riusciremo a formare una coalizione, questo sarebbe già abbastanza», ha detto «Questa è la nostra strategia, e per molte ragioni: non spaventare gli altri, sia in Egitto che all’estero, e ricostruire questa nazione distrutta da Mubarak tutti insieme. Perché dovremmo volerci prendere soltanto noi la responsabilità di ricostruire la nazione? Non è soltanto un nostro compito, è compito di tutti gli egiziani». E sulla autenticità democratica del movimento aggiunge: «I Fratelli Musulmani sono un’eccezione perché sono l’unico movimento islamico che non cerca di ottenere il potere attraverso la violenza. Siamo un’organizzazione pacifica e lavoriamo seguendo le istituzioni e la legge».

Ma allora se non vogliono il potere politico, si chiedono molti analisti, che cosa vogliono questi Fratelli Musulmani? Secondo Josh Stacher, uno dei massimi esperti del movimento, l’obiettivo principale è ottenere un radicamento ancora più profondo nella società egiziana, offrendo alle persone servizi che lo stato non è in grado di offrire al momento. «È come se fosse un piccolo stato parallelo, senza l’esercito», ha detto al Guardian. Anche se all’interno del movimento c’è chi non è d’accordo con una linea così poco ambiziosa, lontana dai riconoscimenti ufficiali del potere. Primo fra tutti, il leader dei Fratelli Musulmani Muhammed Badi, per cui l’islamizzazione dello stato sembra continuare ad essere la priorità principale del movimento.

La Fratellanza è stata a lungo divisa su questo punto, continua il Guardian, rendendosi più simile a un’organizzazione ombrello che riunisce forze politiche con sfumature diverse che a un blocco monolitico dissipatore dei valori liberali come spesso è stato dipinto dai media internazionali. Erian ammette l’esistenza di dissensi interni, ma sostiene che nel lungo periodo saranno solo una fonte di forza e non di debolezza. «L’Islam è un’unità, ma i lavori e i compiti possono essere divisi» ha spiegato «è come uno Stato: unico ma con quaranta ministeri ognuno responsabile delle proprie funzioni. Lo stesso vale per noi. Siamo pronti ad assumerci incarichi politici, ma sotto l’ombrello di una più ampia struttura».