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  • mercoledì 2 febbraio 2011

Obama si è dimenticato del riscaldamento globale?

Nel discorso sullo Stato dell'Unione Obama non ha mai usato l'espressione "cambiamento climatico"

Il decennio che si è appena concluso è stato il più caldo di sempre

Negli ultimi giorni molte testate si sono dedicate all’analisi del discorso sullo Stato dell’Unione che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha tenuto la settimana scorsa davanti al Congresso. Alcuni si sono concentrati sull’analisi delle parole che sono state usate con maggiore frequenza, tra cui “lavoro”, “America”, “persone” e “nuovo”. Altri invece si sono concentrati su quelle che non sono state usate, e su cui però c’era molta attesa. Hendrik Hertzberg, sul New Yorker, ha parlato a lungo dell’assenza dell’espressione “cambiamenti climatici”, un tema a cui Obama aveva dimostrato di essere particolarmente sensibile negli ultimi tre anni ma che ora sembra sparito dalla sua agenda di priorità.

Non è sempre stato così. Scrivendo su Foreign Affairs nel 2007, Obama aveva definito il cambiamento climatico «la minaccia epocale per il nostro pianeta». E nel luglio del 2008, durante un discorso a Berlino, mise in guardia da «un mondo in cui l’innalzarsi degli oceani, il diffondersi delle carestie e terribili tempeste devasteranno il nostro pianeta». Subito dopo le elezioni, a una conferenza sul global warming organizzata dal governatore della California Arnold Schwarzenegger disse: «La scienza non può essere messa in discussione e i fatti sono chiari. Il livello dei mari sta aumentando. Le coste si stanno ritirando. Abbiamo assistito a siccità enormi, carestie devastanti, tornado che diventano sempre più forti anche quando la stagione degli uragani è finita. Negare non è più una risposta accettabile. I rischi sono troppo alti, le conseguenze troppo serie». E subito dopo il suo insediamento disse che non occuparsi del global warming equivaleva ad aprire la strada a una «catastrofe irreversibile». Nel suo primo discorso di fronte al Congresso, nel Febbraio del 2009, chiese una riduzione delle emissioni inquinanti per «salvare il nostro pianeta dalle devastazioni del cambiamento climatico». E nell’ottobre dello stesso anno, ritirando il Premio Nobel per la Pace, disse: «C’è ormai accordo unanime scientificamente sul fatto che se non facciamo niente, andremo incontro a maggiori carestie, maggiori siccità e tutto questo causerà nuovi conflitti per decenni». Anche nel discorso sullo Stato dell’Unione del 2010 disse che una riduzione dell’uso di carboni fossili meriterebbe «il supporto anche di chi non è d’accordo con le evidenze scientifiche del cambiamento climatico» e si congratulò con la Camera dei Rappresentanti per avere approvato una legge sul cambiamento climatico.

Parole forti, dice Hertzberg. Che però non vengono più menzionate. La legge sul cambiamento climatico è stata accantonata, e questo nonostante le prove scientifiche che in passato Obama aveva più volte citato continuino ad aumentare. Il decennio che si è appena concluso è stato il più caldo all’introduzione nel 1851 dei primi strumenti di rilevazione meteorologica e il 2010 è stato uno degli anni più caldi e più piovosi di sempre. L’unica parte del discorso sullo Stato dell’Unione in cui Obama si è riferito tangezialmente al cambiamento climatico è stata quella in cui ha parlato di «energia pulita che rafforzerà la nostra sicurezza, proteggerà il nostro pianeta e creerà infiniti nuovi posti di lavoro per la nostra popolazione». Ha fissato al 2035 l’anno in cui gli Stati Uniti dovranno generare l’ottanta percento di energia attraverso fonti rinnovabili. Visto da qui, chiude Hertzberg, il discorso di Obama è stato un «formidabile esercizio retorico di retroguardia mascherato da ottimismo visionario […] Obama non ha ancora rinunciato alla battaglia contro il global warming. Se tiene duro, forse i suoi sforzi faranno la differenza. Ma Madre Natura sta diventando impaziente, e ha un brutto carattere».

La causa dell’omissione del cambiamento climatico nell’agenda di Obama ha a che fare probabilmente col cambio di fase politica negli Stati Uniti. Nei primi due anni del suo mandato, infatti, Obama si era fatto promotore di una legge molto avanzata e aggressiva sulla lotta alle emissioni, la cosiddetta cap and trade, che prevedeva l’introduzione di un sistema di tassazione progressivo alle emissioni di anidride carbonica. Quella legge è stata osteggiata in massa dai repubblicani, che sostenevano avrebbe depresso la ripresa economica, e anche dai democratici moderati: è stata approvata alla Camera ma non ha mai trovato il consenso sufficiente per essere approvata anche al Senato. Oggi, con la Camera in mano ai repubblicani e l’inizio della campagna presidenziale a un passo, qualsiasi proposta che vada oltre quanto – poco – detto durante lo Stato dell’Unione rischia di essere politicamente insostenibile. E quindi dannosa, per l’amministrazione Obama.

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