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  • giovedì 27 Gennaio 2011

Da dove vengono i guai dell’Albania

Il paese è in ostaggio della corruzione e dello scontro di potere tra premier e leader dell'opposizione

Venerdì scorso negli scontri tra manifestanti e polizia sono morte tre persone

Venerdì scorso in Albania alcune centinaia di persone hanno dato l’assalto all’ufficio del primo ministro Sali Berisha. Cinque ore di scontri con la polizia hanno causato tre morti, sessanta feriti e centotredici arresti. La folla era armata di sassi e bastoni, la polizia rispondeva con le armi.

In un’intervista seguita agli scontri, Berisha ha detto di essere molto triste per la propria nazione: «Nessuno dovrebbe cercare di rovesciare un governo che è stato eletto democraticamente». E in risposta a chi accusava la polizia di essere intervenuta troppo duramente, ha aggiunto «quando ti attaccano devi rispondere, la polizia ha dato prova di straordinaria professionalità».

Gli scontri di venerdì sono però soltanto l’ultimo capitolo di un lungo braccio di ferro che sta andando avanti ormai da mesi tra il premier Berisha e Edi Rama, leader dell’opposizione socialista. Rama, sindaco di Tirana dal 2000, chiede da tempo le dimissioni di Berisha accusandolo di avere falsificato i risultati delle elezioni del 2009, che lo hanno riconfermato per la seconda volta come premier. Berisha a sua volta lo accusa di essere soltanto un violento e sostiene di avere la popolazione dalla sua parte.

L’ultimo scontro è stato scatenato dalla diffusione di un video in cui Berisha discute il pagamento di alcune tangenti in cambio dell’autorizzazione per costruire una centrale elettrica. Berisha dice che il video è falso, ma la tensione rimane ancora molto alta e i suoi oppositori hanno indetto un’altra manifestazione per sabato. Alle accuse di corruzione si è infatti ora sommata l’indignazione per il modo in cui il governo ha gestito le proteste di venerdì scorso. Berisha ha infatti impedito l’arresto di sei membri della Guardia Nazionale che erano stati accusati di abusi durante la manifestazione e ha dato dei premi a tutti gli agenti in servizio quel giorno.

Lo scontro tra queste due fazioni politiche, scrive il New York Times, in realtà non è altro che uno scontro di potere tra i due leader. «Tutti e due sostengono di avere il popolo dalla loro parte, ma la verità è che devono andare a prendere le persone dalle campagne per farle partecipare alle loro manifestazioni», ha detto l’analista politico Lutfi Dervishi. Secondo Daniel Korski, membro del Consiglio Europeo per le Relazioni Estere, l’Albania è sull’orlo di una nuova catastrofe e l’Europa dovrebbe cominciare a preoccuparsene seriamente. «L’Albania è stata un’importante forza di pace negli ultimi anni per i Balcani», ha scritto sul New York Times: «ha rafforzato i legami con vecchi nemici come la Serbia e avviato buoni rapporti con Kosovo e Macedonia. Un ritorno del conflitto in Albania sarebbe terribile per i Balcani, per l’Europa e per la NATO».

La crisi attuale, spiega Korski, ha radici molto profonde. Il paese non ha più avuto elezioni realmente libere e regolari dal 1992 e la corruzione è ovunque: l’Albania è al 95° posto su 180 nella classifica dei paesi più corrotti del mondo. Anche la situazione sul fronte della libertà d’informazione è molto cupa: nonostante le continue celebrazioni della libertà d’espressione, i giornalisti di opposizione vengono regolarmente intimiditi e a volte anche attaccati fisicamente. L’anno scorso uno dei quotidiani più critici del governo, Tema, è stato espropriato della sua sede nonostante una sentenza avesse sospeso l’ingiunzione. In seguito l’editore del giornale è stato picchiato dalle guardie del corpo di un magnate del petrolio connesso al governo. Non sorprende quindi che dopo anni di episodi di questo tipo le istituzioni albanesi siano nel caos più totale. L’anno scorso la crescita economica del paese si è fermata al 2,8 percento, dopo otto anni in cui era sempre stata di circa il 7,5 percento.

Per questo secondo Korski l’Unione Europea dovrebbe iniziare a occuparsi davvero dell’Albania, assicurandosi che i suoi leader politici rinuncino definitivamente all’uso della violenza e delle intimidazioni e alla distruzione sistematica delle proprie istituzioni. Altrimenti il paese – che è stato appena inserito dalla Lonely Planet tra quelli da visitare nel 2011 – rischierà di veder sfumare le sue possibilità di entrare a far parte dell’Unione Europea, e metterà a repentaglio la sua stessa appartenenza alla Nato.