• Mondo
  • lunedì 10 Gennaio 2011

Il linguaggio politico e la violenza

tucson

La strage di Tucson sta muovendo due dibattiti diversi nella politica e nei media americani. Il primo, ancora di dimensioni piuttosto ridotte, è quello eterno sul controllo delle armi. Una grande maggioranza di americani rimane a favore della libertà di portare delle armi, e di conseguenza anche una grande maggioranza dei politici che questi eleggono (persino la stessa Gabrielle Giffords): d’altra parte, il diritto a portare con sé delle armi è scritto nella Costituzione. Si discute invece degli accorgimenti che si possono mettere in piedi per limitare l’accesso alle armi più pericolose, come quella semiautomatica con cui ha sparato Loughner, e di limitare del tutto l’accesso alle armi alle persone con provati problemi mentali. Ma è un dibattito che molto probabilmente non porterà da nessuna parte.

Poi c’è una seconda questione, molto più dibattuta e anche molto più delicata – che viene ripresa un po’ maldestramente anche in Italia, dove c’è una vecchia storia di discussione su parole e pietre – e che è quella dell’esistenza o meno di un legame tra la sparatoria di Tucson e i toni accesi e violenti del dibattito politico statunitense, specie nei mesi che hanno preceduto le elezioni di metà mandato. Circolano molte accuse reciproche tra siti internet di orientamento democratico e repubblicano: i primi rinfacciano ai secondi soprattutto il linguaggio dei tea party e di Sarah Palin, che usa spesso metafore belliche nel corso dei suoi discorsi pubblici.

Sarah Palin qualche mese fa scriveva così su Twitter ai suoi sostenitori: “Non ritiratevi: RICARICATE!”. Un sito internet da lei promosso in vista delle elezioni di metà mandato aveva indicato alcuni seggi in bilico – tra cui quello di Gabrielle Giffords – con dei mirini. Dall’altro lato, i repubblicani accusano i democratici di aver usato toni non molto dissimili nei confronti del presidente Bush, nel corso delle ultime due amministrazioni statunitensi, e tirano fuori il messaggio contro Gabrielle Giffords pubblicato nei giorni scorsi dal blog Daily Kos, uno dei blog di sinistra più letti del paese, nel quale un’elettrice diceva “per me Giffords è MORTA” a seguito della decisione della deputata di non votare Nancy Pelosi come speaker della Camera.

Pensare di trovare nelle parole di questo o quel politico la causa della sparatoria di Tucson è un esercizio logico sbilenco e fuorviante, considerato il profilo che è stato fatto di Jared Loughner e della sua precaria stabilità mentale: e questo atteggiamento di lucidità e distacco dovrebbe essere mantenuto sempre, sia che a parlare di clima d’odio sia Paul Krugman sia che a farlo sia Renato Schifani. Negli Stati Uniti ci si sta chiedendo invece se l’indulgere con le metafore violente e il descrivere il governo del paese come una spietata associazione criminale, da parte di persone perfettamente sobrie, possa avere un ruolo nel portare squilibrati come Jared Loughner a compiere gesti sconsiderati.

La questione oggi è dibattuta da moltissimi articoli. AtlanticWire ne sintetizza molti. Due editoriali di segno opposto si possono trovare sul New York Times. Il primo, firmato da Paul Krugman, si intitola “Clima d’odio” e accusa direttamente alcuni politici, giornalisti e opinionisti di orientamento repubblicano. Krugman dice che “l’autore della sparatoria in Arizona aveva certamente dei problemi mentali, ma questo non vuol dire che il suo gesto non abbia niente a che fare col clima della nazione. L’estate scorsa Politico.com ha documentato un aumento del 300 per cento delle minacce nei confronti di membri del Congresso: molte di queste sono fatte certamente da malati di mente, ma c’è qualcosa in questo periodo che spinge molte più persone disturbate a minacciare la violenza o a essere violenti”.

È difficile immaginare un membro democratico del Congresso invitare gli elettori a essere “armati e pericolosi” senza essere ostracizzato dal partito; la deputata Michelle Bachmann lo ha appena fatto ed è un astro nascente dei repubblicani. Sui media è la stessa cosa. Ascoltate Rachel Maddow o Keith Olbermann e sentirete un sacco di prese in giro e frasi caustiche nei confronti dei repubblicani. Ma non sentirete battute riguardo sparare a membri del governo o decapitare un giornalista del Washington Post. Ascoltate Glenn Beck o Bill O’Reilly, e lo sentirete.

L’opinione opposta è presentata da Ross Douthat, che rievoca gli attentati a Kennedy del 1963 e Wallace nel 1972. Chi ha sparato a Kennedy non era di destra, scrive Douthat, così come chi ha sparato a Wallace non era di sinistra. “È possibile che Loughner abbia dei collegamenti con qualche gruppo politico, così come è possibile e auspicabile che questa tragedia raffreddi un po’ il clima e gli animi delle persone. Ma ci sono ottime possibilità che il movente di Loughner sia inesplicabile e complesso quanto quello dei suoi predecessori in questo genere di azioni”.

Nella politica americana, la violenza americana tende a emergere da un mondo ben lontano dai monologhi di Glenn Beck: un paesaggio oscuro dove vari punti di vista sono tenuti insieme da teorie cospirazioniste e dove non è chiara la linea che separa l’estremismo ideologico dalla malattia mentale. […] Quando i politici e i media urlano a squarciagola come dei buffoni e dei fanatici, dovrebbero essere considerati responsabili dell’essere stati dei buffoni e dei fanatici. Non dovrebbero essere considerati responsabili dell’oscurità che ingoia gli instabili e i persi.

foto: SAUL LOEB/AFP/Getty Images