Movimenti di truppe

Il Corriere fa il punto dei progetti di alleanze a sinistra, e indovinate chi manovra?

La notizia è che come in certi film in cui la squadra è in disgrazia o l’inchiesta brancola nel buio, e vengono richiamati il vecchio allenatore o l’investigatore pensionato, al PD è tornato all’opera Massimo D’Alema. Questo almeno si evince dalla centralità delle sue mosse nel racconto di Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera. L’uomo che – malgrado la restaurazione bersaniana – aveva continuato a rispondere ai giornalisti di essere “fuori” dagli incarichi, poi di essere “disponibile a dare una mano”, a leggere le cronache politiche sembra molto attivo “dentro”.

È da una settimana che tra i vertici del Partito democratico è andata maturando la decisione di non rinchiudersi in un’alleanza marcatamente di sinistra con Nichi Vendola e Antonio Di Pietro e di non dare per scontate le primarie, che pure Pier Luigi Bersani aveva pubblicamente promesso al «governatore» della Puglia. Massimo D’Alema è stato il primo a spingere in questa direzione: «Con uno schieramento di quel tipo non andiamo da nessuna parte. E poi se ci dividiamo in tre poli, rischiamo di far vincere Silvio Berlusconi» . L’ex premier ha parlato con Gianfranco Fini, chiacchierato a lungo con Pier Ferdinando Casini. E si è convinto che lo stesso presidente della Camera, a determinate condizioni, potrebbe accettare un’alleanza con il Pd. Ma se anche l’ex leader di An si ritraesse, secondo il presidente del Copasir bisognerebbe comunque insistere con Pier Ferdinando Casini, perché almeno lui dica di sì. D’Alema ritiene che alla fine della festa anche Nichi Vendola non potrebbe sottrarsi a un’alleanza di questo tipo.

Se è una notizia la regia di D’Alema sul fronte delle alleanze possibili (sul fronte dei progetti politici e dell’aumento del consenso tutto è assai più fermo, e anche D’Alema ha un curriculum meno qualificato), la concretezza di questi sviluppi è come sempre lontana: quello che è in corso pare una specie di gioco del quindici assai incartato.

L’unico vero «problema» è rappresentato da Antonio Di Pietro: «Lui e Casini non vanno d’accordo» . E avere il leader dell’Italia dei Valori come spina nel fianco è un lusso che il Pd non può concedersi. L’ex magistrato deve aver subodorato qualcosa, osservando i movimenti in casa democratica. Non a caso ieri ha fatto capire che non intende aspettare per troppo tempo la risposta di Bersani alla sua proposta di un’alleanza elettorale che non veda dentro l’Udc: «Bersani non può stare con il piede in tre scarpe. Bene faranno Idv e Sel a decidere di rappresentare da soli gli elettori del centrosinistra se, dopo il 23 dicembre, dovesse arrivare una risposta ancora attendista e vetero-democristiana da parte del Pd» . Dunque Di Pietro agita lo spauracchio di un’alleanza tra lui e Vendola per cercare di arginare le mosse del Partito democratico. Ed effettivamente un’operazione di questo tipo creerebbe dei grossi problemi a Bersani. Ma D’Alema è convinto che il «governatore» della Puglia non vorrà assumersi la responsabilità di far vincere Berlusconi e che quindi non seguirà Di Pietro.

L’autorevolezza di D’Alema nei rapporti politici con le varie forze in campo conosce però un limite: non è esattamente l’uomo più diplomatico del mondo. Non è il Letta del centrosinistra: sa trattare chi lo apprezza, ma non nasconde il suo fastidio per gli altri. Uno è Di Pietro, a cui è disposto (più che disposto) a rinunciare, l’altro è lo stesso Vendola, che però non si può perdere: e D’Alema invece continua a rinfocolare la vecchia tensione tra i due, come ha fatto anche domenica sera a Che tempo che fa. E Vendola non cede, scrive Meli.

Vendola però, almeno al momento, non ha intenzione alcuna di abbandonare le primarie e di cedere alle pressioni di D’Alema e Bersani. In questi giorni il presidente della Regione Puglia si è espresso in maniera molto dura nei confronti del Pd, paragonando la situazione dentro quel partito a un libro dell’orrore alla Stephen King. Secondo Vendola «non è affatto un bene l’idea del Pd di consegnarsi a mani alzate ai centristi e di sperare in formule politiche magiche derivate direttamente dalla Prima Repubblica» . Ma c’è una carta che D’Alema e Bersani tengono ancora coperta: la candidatura alla premiership di Casini.

Secondo Meli, che evoca di nuovo le stantìe minacce di scissione da parte del gruppo di Fioroni (o addirittura di Veltroni, molto implausibile), lo spazio di trattativa di D’Alema con quella parte del partito sta in questo progetto: che il PD si consegni a un governo Casini, costruito da D’Alema, in un brizzolato e distinto 2011.