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  • giovedì 9 Dicembre 2010

L’unico che tace su Liu Xiaobo

Romano Prodi, l'italiano più ascoltato in Cina, non ha pronunciato una parola sul Nobel perseguitato

Alla vigilia della “consegna” del Nobel per la pace a Oslo, la tensione tra il comitato che assegna il premio e la Cina si intensifica sempre di più. La Cina ha ottenuto che diversi paesi disertino la cerimonia e il suo ministero degli Esteri ha tenuto oggi un discorso molto bellicoso contro organizzazioni e media occidentali che appoggiano la scelta di premiare il dissidente Liu Xiaobo, incarcerato da anni. Oggi arrivano notizie di irrigidimenti della censura sui siti internazionali di informazione, per scongiurare notizie sulla premiazione. Alla data si arriva quindi col mondo diviso tra alleati e succubi delle pretese di sovranità cinesi da una parte, e difensori dei diritti civili e della democrazia dall’altra. Appelli per la liberazione di Liu sono arrivati da stati, organizzazioni, gruppi di intellettuali, personaggi pubblici, politici.

Hanno chiesto che si intervenga per lui politici italiani come Pierluigi Bersani, Walter Veltroni, Antonio Di Pietro, Chiara Moroni, Fabio Granata, Bruno Tabacci; e grandi leader internazionali ritirati come Desmond Tutu e Vaclav Havel, che hanno scritto assieme che “la Cina perderebbe la sua credibilità” se non rilasciasse Liu; e una figura del calibro del Dalai Lama.

Eppure in Italia c’è un uomo che è al contempo un politico, un grande leader internazionale ritirato e un uomo ascoltato in Cina dove ha intensi rapporti culturali e accademici. Romano Prodi, ex statista ed ex presidente del Consiglio italiano, appena nel luglio scorso è diventato professore onorario all’Accademia Cinese di Amministrazione, ennesima tappa di un lungo percorso di strette relazioni con quel paese. Un anno fa aveva ottenuto un insegnamento alla prima business school della Cina e ottava nel mondo. Il presidente della scuola aveva spiegato che “Prodi è molto noto in Cina non solo per i contatti governativi stretti durante la sua presidenza all’IRI ma anche perché è un commentatore abituale nei programmi della CCTV2, una delle più importanti stazioni televisive del Paese”. E scriveva questo agosto il Corriere della Sera:

il rapporto dell’ex premier con il paese del dragone sembra farsi sempre più stretto: lo scorso novembre, Prodi ha parlato della crisi globale alla scuola centrale del partito comunista, ricevuto con tutti gli onori anche dal premier Wen Jiabao. Mentre nei giorni del G8, di nuovo a Pechino, il Professore è stato invitato dal China Center for the Economic Exchange per parlare al Global Think Tank Summit. Ce n’è abbastanza da alimentare la voce, ripresa ieri anche dall’Adnkronos , di una sua possibile successione al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, proprio in considerazione degli ottimi rapporti con il colosso asiatico.

Anche il Foglio ha celebrato i successi cinesi di Prodi:

Romano Prodi parlerà di politica internazionale alla tivù di stato in Cina, dove va spesso come gradito ospite e conferenziere, dove firma autografi ed è una specie di idolo europeo.

Intanto, ancora nelle ultime settimane Prodi scriveva articoli sulla necessità di intensificare i rapporti e le attenzioni sulla Cina, sul suo ruolo centrale nel mondo, sulla celebrazione della grandezza cinese e dei suoi leader. Non è assolutamente una forzatura definire il lavoro di Prodi con i suoi articoli quello di un portavoce della grandezza cinese nel mondo.

In un’intervista dell’anno scorso sulle sue esperienze cinesi, Prodi aveva detto:

«si possono mettere sul tavolo tutti i discorsi, dai diritti alla concorrenza»

Ma ad attente ricerche, non risulta nessun intervento di rilievo di Romano Prodi (che da presidente del Consiglio rifiutò di incontrare ufficialmente il Dalai Lama per non irritare la Cina) non solo sulle violazioni dei diritti umani in Cina (se non per generiche frasi fatte) ma anche sul tema più di attualità delle relazioni internazionali della Cina di questi ultimi due mesi: il Nobel a Liu Xiaobo. Mentre i suoi colleghi leader internazionali, pensionati come tali o no, spendono il peso che possono avere in una battaglia concreta e simbolica per il più importante dei progressi che la Cina dovrebbe compiere – quello per la libertà dei cinesi – Romano Prodi, “idolo europeo”, commentatore radiofonico, ascoltato insegnante e consulente, conferenziere e gradito ospite, prodigo di commenti e interviste su quel paese, pare non avere mai pronunciato pubblicamente il nome di Liu una sola volta (ma ancora dieci giorni prima dell’assegnazione si spendeva invece per il premio a un suo concittadino). Domani sarebbe il giorno giusto.