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  • lunedì 6 Dicembre 2010

L’infiltrato dell’FBI nella moschea di Irvine

La storia, avvenuta in California, racconta bene parte delle attività segrete di antiterrorismo degli USA

Prima L'FBI ha assicurato che non avrebbe investigato di nascosto sulla moschea, poi l'ha fatto

Questa storia ha per protagonisti l’FBI, un ex falsario diventato spia — nome in codice “Oracolo” — e una moschea, e rischia di complicare ancora di più i già non semplici rapporti tra l’ente investigativo del dipartimento di stato degli Stati Uniti e la comunità musulmana americana.

In breve: dopo aver promesso fiducia e completa trasparenza agli imam della moschea di Irvine, in California, l’FBI ha piazzato nella stessa moschea una spia — dotata di microtelecamera nascosta in un bottone e microfono nelle chiavi — alla ricerca di potenziali terroristi tra i fedeli del luogo di preghiera. È finita che la spia ha accusato di attività terroristiche uno dei frequentatori, che poi è stato giudicato innocente. È che sempre la spia è stata accusata e denunciata a sua volta dai fedeli della moschea, per istigazione al terrorismo. In seguito alla denuncia l’FBI ha abbandonato l’uomo, che ora ha raccontato tutto in un’intervista al Washington Post. Ora la comunità musulmana si sente tradita e minaccia di interrompere le collaborazioni con l’FBI. La storia è interessante, dice molto delle operazioni segrete di antiterrorismo degli Stati Uniti, e vale la pena raccontarla meglio.

Tutto inizia nel 2003, quando Craig Monteilh, dopo aver scontato una condanna per falsificazione di banconote, diventa un informatore. Prima fa l’infiltrato nelle bande di narcotrafficanti per la polizia locale — «era molto emozionante, mi sentivo un camaleonte» — poi, tre anni dopo, viene arruolato dall’FBI, che lo avvicina in un caffè Starbucks e gli propone di lavorare come informatore sotto copertura nelle moschee. Da quel giorno diventa Farouk al-Aziz, un francosiriano alla ricerca delle sue radici islamiche. Nome in codice, “Oracolo”.

Viene mandato come infiltrato nella moschea di Irvine, nella California del sud, dove vivono circa mezzo milione di musulmani. Solo due mesi prima dell’arrivo di Monteilh, il direttore del dipartimento dell’FBI di Los Angeles J. Stephen Tidwell aveva parlato con i fedeli della mochea, rassicurandoli sulla loro collaborazione volta a combattere il terrorismo: «Se verremo ad assistere alle vostre funzioni, ve lo diremo. Ve lo diremo perché non vogliamo pensiate di essere sorvegliati. Verremmo solo per imparare». Il discorso viene ripreso in un video.

Monteilh presta giuramento di fede alla moschea e, secondo le testimonianze degli altri frequentatori, in dieci mesi diventa ossessionato dalla religione islamica. Abbandona i suoi vestiti occidentali per la kippar e i sandali, partecipa alle funzioni cinque volte al giorno e arriva ben prima dell’orario di apertura della moschea, le cinque di mattina. Come poi racconterà, appuntarsi chi apre la moschea ogni giorno è una delle istruzioni dell’FBI, insieme, tra gli altri, al consiglio di uscire con donne musulmane per ricavarne informazioni.

I funzionari della moschea iniziano a notare comportamenti strani di Monteilh, che spesso dimentica le chiavi in giro. Nel telecomando dell’antifurto dell’auto c’è installato un microfono, che la spia usa per registrare le conversazioni in moschea, nelle case degli altri fedeli, nella palestra che frequentano insieme. Monteilh — o, meglio, Al-Aziz — inizia a cercare risultati con più insistenza e i frequentatori iniziano a insospettirsi e ad avere paura. «È bello che siate pronti per la guerra santa», dice Monteilh a uno dei fedeli.

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