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  • lunedì 6 Dicembre 2010

L’infiltrato dell’FBI nella moschea di Irvine

La storia, avvenuta in California, racconta bene parte delle attività segrete di antiterrorismo degli USA

Prima L'FBI ha assicurato che non avrebbe investigato di nascosto sulla moschea, poi l'ha fatto

Nel maggio 2007 ottiene i primi, presunti, risultati. Monteilh dice all’FBI di aver registrato una conversazione con Ahmadullah Sais Niazi, un professore afghano, che sarebbe d’accordo a far esplodere un edificio in nome dell’Islam. Stando alle loro versioni, a questo punto parte un doppio doppio gioco: Niazi, con la collaborazione di un altro fedele, continua a contattare Monteilh per portare avanti al piano, ma — come affermerà poi — solo per accertarsi che l’uomo sia una minaccia, un potenziale terrorista. Monteilh fa lo stesso: istiga Niazi per dimostrare all’FBI che è un potenziale terrorista.

Il direttore del consiglio di Los Angeles per le relazioni tra America e Islam Hussam Ayloush, informato dei fatti, denuncia l’infiltrato dell’FBI all’FBI. Che non prende iniziative nei confronti dell’uomo, la cui missione però sta ormai collassando. La moschea agisce da sola: va dalla Corte Superiore di Orange County e ottiene un provvedimento restrittivo per Al-Aziz. A questo punto, secondo le parole di Monteilh, l’FBI lo abbandona. Lui minaccia di raccontare la storia alla stampa e una supervisore dell’FBI minaccia di arrestarlo; secondo la dichiarazione dell’ex spia, la donna gli spiega che “se rivelasse la sua identità ai media rischierebbe di distruggere per sempre i rapporti tra l’FBI e la comunità musulmana”. L’FBI si è in seguito rifiutata di commentare queste dichiarazioni.

Nell’ottobre del 2007 Monteilh incontra ancora gli agenti dell’FBI, con cui firma un accordo di non divulgazione di informazioni in cambio di 25mila dollari in contanti. Ma solo due mesi dopo, a dicembre, viene arrestato per furto e finisce in prigione per sedici mesi. A gennaio 2008 denuncia l’FBI per averlo incastrato e aver permesso che il suo passato di informatore venisse reso noto in carcere, dove viene accoltellato. L’FBI nega e viene giudicata innocente in primo grado. Un giudice permette però a Monteilh di ricorrere in appello, e la causa è ancora in corso.

Le cose si complicano ancora. Nel febbraio 2009 finisce in tribunale anche Niazi, per le accuse di terrorismo che gli aveva mosso Monteilh. Nel suo computer vengono effettivamente trovati dei documenti che fanno riferimento alla guerra santa e tracce di pagamenti a un presunto collaboratore di Al Qaida. Monteilh, però, invece di confermare le sue accuse, contatta gli avvocati di Niazi e racconta che l’FBI lo avrebbe spinto a intrappolarlo. Un anno e mezzo dopo, lo scorso 30 settembre, i procuratori e il giudice chiudono il caso di Niazi, che viene considerato innocente. Monteilh racconta di essersi scusato con tutti i fedeli della moschea, di essersi pentito del suo ruolo nell’accusa a Niazi e di essere felice che la causa si sia conclusa con un nulla di fatto.

Qualche giorno fa, durante il sermone del venerdì, davanti a più di 200 fedeli l’imam della moschea di Irvine ha dato loro un consiglio: «se un agente dell’FBI si avvicina e vi dice “Siete in arresto”, pregate Allah, poi chiamate un avvocato”. Nonostante il sostegno immutato alle attività antiterroriste, ora i fedeli si sentono traditi dall’FBI. «Se l’FBI vuole la comunità musulmana come partner non può investigare su di noi alle nostre spalle», dice Kurdi, uno studente.

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