Come sta andando il G20?

I partecipanti sono divisi su molti punti e non sembrano in grado di arrivare a un accordo comune

La Federal Reserve vuole immettere seicento miliardi di dollari nell'economia statunitense

A Seoul è in corso il G20, il forum dei capi di stato e di governo di cui fanno parte i diciannove paesi più industrializzati più l’Unione Europea. Negli ultimi giorni si è parlato molto della nuova importanza del summit nell’economia mondiale e delle speranze di ripresa ad esso collegate. La prima giornata però sembra avere deluso gran parte delle attese, scrive Associated Press. I partecipanti sarebbero divisi su molti punti cruciali e difficilmente riusciranno a siglare accordi particolarmente rilevanti entro domani, giorno in cui è prevista la chiusura del summit.

I partecipanti sono divisi tra chi, come gli Stati Uniti, vuole che la Cina faccia crescere il valore della sua moneta e quelli che sono contrari al piano della Federal Reserve americana di immettere seicento miliardi di dollari nella fiacca economia statunitense, svalutando così il dollaro. Obama ha detto che gli Stati Uniti non possono continuare a contare soltanto su denaro preso in prestito e hanno bisogno che anche altre nazioni facciano la loro parte per uscire dalla crisi. «La cosa più importante che gli Stati Uniti possono fare per l’economia mondiale è crescere, perché continuiamo ad essere il mercato più grande del mondo e un enorme motore di crescita per tutti gli altri paesi». Luiz Inacio Lula da Silva, presidente uscente del Brasile, ha avvertito che politiche di questo tipo manderebbero il mondo in rovina: «Se i paesi ricchi non stanno consumando più e vogliono che la loro economia cresca sulle esportazioni, il mondo andrà in rovina perché non ci sarà più nessuno in grado di comprare: a tutti piacerebbe vendere».

Il presidente della Corea del Sud ha invitato tutti a fare un passo avanti in direzione di una crescita più equilibrata e solidale ma fino a questo momento i rappresentanti dei vari stati sono molto lontani. Una delle questioni più urgenti che sono state affrontate è quella che riguarda la necessità di andare verso un nuovo ordine economico che non ruoti soltanto attorno agli Stati Uniti.

Nel suo discorso, Obama ha parlato della necessità di una ripresa economica distribuita in modo equilibrato tra i vari paesi e ha chiesto di andare verso tassi di cambio basati sulle condizioni del mercato. Il messaggio era rivolto principalmente alla Cina, il cui surplus commerciale rispetto agli Stati Uniti è maggiore di quello nei confronti di qualsiasi altro partner. Gli Stati Uniti lamentano che la Cina svaluta deliberatamente la sua moneta, lo yuan, dando quindi alle sue esportazioni un vantaggio competitivo scorretto. Il presidente della Cina Hu Jintao ha assicurato a Obama che la Cina si sta impegnando per portare a compimento una importante riforma della sua valuta.

Lo scontro sulle valute si è poi intensificato con l’annuncio della Federal Reserve del suo piano di acquisto di titoli di stato a lungo termine per un valore di seicento miliardi di dollari, nel tentativo di abbassare i tassi di interesse, incentivare i prestiti e rilanciare l’economia del paese. La questione è sempre quella della controversa “guerra delle valute”:

Quando la Cina abbassa artificialmente lo yuan contro il dollaro statunitense, tiene basso il costo dei prodotti cinesi negli Stati Uniti, sbilanciando il mercato. Questo porta gli Stati Uniti ad abbassare la propria valuta a loro volta. E, ovviamente, dato che i due paesi hanno un solo tasso di cambio, questa gara verso il basso non porta benefici a nessuna delle due parti.

L’effetto è a catena. Quando le due economie mondiali più forti iniziano a deprezzare la propria moneta, anche gli altri paesi sono spinti a farlo. Dal punto di vista internazionale, questo ha due principali conseguenze negative: è un deterrente agli investimenti internazionali (rallentando quindi la ripresa economica) e incrina i rapporti politici tra le nazioni, rendendo più arduo il raggiungimento di accordi bilaterali.

Anche la proposta degli Stati Uniti di limitare gli attuali surplus e deficit al quattro percento del prodotto interno lordo ha incontrato l’opposizione della maggior parte dei rappresentanti degli altri stati. «Gli equilibri sono difficili da raggiungere», ha detto il cancelliere tedesco Angela Merkel «quello che conta è che non cerchiamo di ripristinare misure protezioniste». La Germania è il secondo esportatore al mondo, subito dopo la Cina. Il primo ministro britannico David Cameron ha detto che i paesi con grossi deficit hanno una precisa responsabilità cui far fronte: «L’alternativa non è un paese delle meraviglie dalla crescita continua, l’alternativa è che i mercati mettano in discussione la tua economia, i tuoi tassi d’interesse crescenti, l’alternativa è vedere la tua economia che si sposta verso zone molto pericolose, dove si trovano già altri paesi», ha detto.