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  • domenica 7 Novembre 2010

Una nuova guerra civile in Tagikistan?

I gruppi islamici radicali stanno intensificando gli attacchi contro le forze del governo centrale

La guerra civile seguita al crollo dell'URSS causò oltre cinquantamila morti e un milione di profughi

Il Tagikistan è uno stato dell’Asia Centrale che un tempo fu parte dell’Unione Sovietica. Dal 1994 è una Repubblica Presidenziale ma molti oggi lo considerano di fatto uno «stato fallito», in balia di una crisi etnica e politica che potrebbe spingerlo sull’orlo di un’altra guerra civile. Approfittando della crisi del governo centrale del presidente Emomali Rahmon – incapace di affrontare i problemi sociali ed economici che attanagliano il paese ormai da molti anni (disoccupazione, povertà, analfabetismo) – i gruppi islamici radicali hanno acquistato sempre più potere tra la popolazione e i loro attacchi si sono fatti sempre più frequenti e sanguinosi. Lo Spiegel ne parla in un lungo articolo.

Con il conseguimento dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, il Tagikistan precipitò in una guerra civile che causò decine di migliaia di morti e costrinse un milione di persone a lasciare il paese. L’allora presidente a capo del governo erede dell’ex regime sovietico armò una feroce resistenza contro l’opposizione democratica, guidata da una maggioranza islamica. Almeno 50mila persone furono uccise dalle milizie del governo centrale e un milione di persone furono costrette a lasciare il paese e rifugiarsi in Afghanistan, dove furono in larga parte radicalizzate.

Gli attacchi degli ultimi mesi sono direttamente collegati a quella radicalizzazione islamica. Quando nel 1997 la guerra civile finì e furono firmati i trattati di pace tra il nuovo presidente democratico Rahmonov e i capi dell’opposizione islamica, i ribelli furono confinati in Afghanistan e da lì continuarono ad alimentare conflitti e ribellioni, spingendo il governo tagiko a chiedere più volte l’intervento dell’esercito russo.

Lo Spiegel è andato a parlare con uno degli ex comandanti che avevano partecipato alla guerra civile contro il governo erede del regime sovietico, ma che avevano poi accettato gli accordi di pace con il nuovo governo di Rahmon e quindi deciso di rimanere in Tagikistan.

Mirzokhuja Ahmadov parla di come il presidente Rahmon abbia riscritto la costituzione per poter restare al potere fino al 2020 e di come abbia messo i suoi figli in ruoli di potere chiave. Descrive come si è assicurato il successo alle elezioni dello scorso febbraio, concedendo solo l’8% al Partito di Rinascita Islamica che invece avrebbe ottenuto almeno il 30% dei voti. E dice che la valle del Rasht, quella intorno alla sua città di Gharm, ha una popolazione di 270mila persone, ma ormai non ha più nemmeno una fabbrica in funzione e vive senza energia elettrica per molte ore al giorno.

Quello che racconta Ahmadov è in gran parte corretto. Perfino gli osservatori internazionali considerano il Tagikistan uno stato fallito, nel mezzo di una crisi nazionale. La crescente protesta contro il governo centrale favorisce l’opposizione islamica più radicale. Circa 364 nuove moschee sono state aperte dall’inizio dell’anno e nella capitale Dushanbé sempre più persone per strada indossano il velo. Nel nord del paese, tre ragazze hanno minacciato di suicidarsi se non avessero avuto il permesso di andare a scuola con l’hijab.

«Il governo ci aveva promesso terra e prestiti, ma non abbiamo avuto niente», dice Ahmadov «ci controllano, non si fidano più e intanto i nostri vecchi campi su nelle montagne si stanno riempendo di nuovo. È molto probabile che presto ci sarà una nuova guerra civile».

A fine agosto un numero imprecisato di uomini armati appartenenti a un gruppo militare islamico ha assaltato la prigione di massima sicurezza di Dushanbé, uccidendo sei ufficiali della polizia penitenziaria e permettendo la fuga di ameno venticinque detenuti già condannati per tentato colpo di stato e terrorismo.
Tra di loro ci sarebbero anche i figli di Mirzo Ziyoev, ex comandante delle forze di ispirazione islamica nella guerra civile tra il 1992 e il 1997, morto lo scorso anno in un blitz delle truppe fedeli al Partito Democratico del Popolo Tagiko del presidente in carica, Enomalii Rahmon.

Successivamente, il diciannove settembre, ventotto soldati dell’esercito tagiko sono stati massacrati in un attacco della guerriglia islamica proprio in quella che era la storica roccaforte dei ribelli dell’Oto (Opposizione unita del Tagikistan) durante la guerra civile del ’92-’97: la Valle di Rasht, da anni via di transito principale del traffico di eroina afgana. Gli autori dell’azione militare sarebbero uomini di Mullo Abdullo Rakhimov, un irriducibile comandante delle forze islamiche tagike che, dopo la fine della guerra civile, si era rifugiato in Afghanistan e poi nelle Aree Tribali pachistane, e che l’anno scorso sarebbe tornato in patria per riorganizzare una nuova ribellione armata contro il governo di Rahmon, che non ha mai riconosciuto come legittimo.

Pochi giorni dopo l’imboscata, alcune unità militari del governo hanno sparato dei missili contro la fattoria di Ahmadov. La sera, la televisione di stato ha detto durante un notiziario che le forze dell’intelligence avevano trovato sei Kalashnikov, tre granate e migliaia di bombe all’interno dell’edificio. Nel servizio si diceva che «il criminale Ahmadov» aveva nascosto i ribelli che erano dietro all’attacco contro i militari. Quello che il servizio non diceva era che cinque degli uomini di Ahmadov erano già stati uccisi nei giorni precedenti da alcune truppe filogovernative.

Da allora le forze dell’esercito del governo hanno iniziato a dare la caccia ai ribelli nelle montagne al confine con l’Afghanistan, ma finora i risultati sono stati scarsi. I ribelli islamici attaccano l’esercito con bombe e imboscate e soltanto il 6 ottobre 34 soldati tagiki sono morti. La paura sempre più concreta è che la valle del Rasht diventi un vero e proprio feudo di al Qaida, che lì avrebbe trovato un rifugio ideale per i suoi uomini. Per questo in seguito alle continue offensive americane sulle montagne del Pakistan, molti analisti temono ora un allargamento del conflitto afgano in Asia Centrale, a cominciare proprio dal Tagikistan. Secondo lo Spiegel, anche Ahmadov ormai sarà sicuramente tornato a combattere nelle montagne.

(Foto di Christian Neef)