• Scienza
  • mercoledì 3 novembre 2010

Una cura per la terra

Nel suo nuovo libro sul futuro dell'ambientalismo, Stewart Brand spiega come ha cambiato idea sul nucleare

"L’attuale industria nucleare è molto meno pericolosa di quanto credano gli ambientalisti: il nucleare è verde, e il nuovo nucleare lo è ancora di più"

di Stewart Brand

Il killer è il carbone. Fra tutti i combustibili fossili il carbone è quello che potrebbe rendere questo pianeta inabitabile. (Fred Pearce, “New Scientist”)

Quando si tratta di cambiamento climatico, le persone più informate sono le più spaventate, mentre nel caso del nucleare i più informati sono i meno spaventati. (Variamente attribuita)

In America gli ambientalisti, per stabilire quanto preoccuparsi per il cambiamento climatico, hanno iniziato ad affidarsi a James Hansen, schietto e autorevole climatologo della nasa; e quando nel 2007 Hansen dichiarò che non dovevamo limitarci a far sì che la concentrazione di biossido di carbonio nell’atmosfera non superasse le 450 parti per milione (ppm), bensì fare in modo che il livello scendesse dalle attuali 387 ppm a 350 ppm, o a un livello ancora inferiore, il nuovo slogan ambientalista divenne «350!».
Tuttavia quando si tratta del nucleare il punto di vista di Hansen non suscita la minima curiosità. Scrisse una lettera aperta al presidente Obama poco prima del suo insediamento, suggerendo una nuova politica per la gestione della crisi climatica. «Gli impianti a carbone sono fabbriche di morte» scrisse. «Il carbone produce una quantità di biossido di carbonio atmosferico pari a quella derivante da tutti gli altri combustibili fossili messi insieme». Quindi fece una proposta per l’America, ovvero l’introduzione di una carbon tax «sulla produzione di tutti i combustibili fossili, da riscuotere direttamente alla fonte», la graduale eliminazione di tutte le centrali a carbone e urgenti attività di ricerca e sviluppo sul nucleare di quarta generazione, il tutto in un quadro di cooperazione internazionale. Mise anche in guardia il presidente: «Il pericolo è che la veemente minoranza di “ambientalisti” contrari possa imporre allo sviluppo di un nucleare avanzato e sicuro un rallentamento tale da costringere le società di pubblici servizi a continuare a bruciare carbone per tenere le luci accese. Se ciò accadesse il disastro sarebbe assicurato». E alla fine della lettera ripeté: «Uno dei maggiori pericoli per il mondo è la possibilità che una rumorosa minoranza di attivisti antinucleare possa impedire la graduale eliminazione delle emissioni derivanti dall’utilizzo del carbone».
L’attuale industria nucleare, in realtà, è molto meno pericolosa di quanto credano gli ambientalisti, e i progetti dei nuovi reattori sono di gran lunga più vantaggiosi di quanto possa apparire. Hansen ha ragione: il nucleare è verde, e il nuovo nucleare lo è ancora di più.

Gran parte degli ambientalisti nutre un’avversione particolarmente marcata verso l’energia nucleare perché rifugge l’idea di tramandare a chissà quante generazioni future la gestione di quel veleno mortale rappresentato dalle scorie nucleari. Ero anch’io dello stesso parere; finché nel 2002 visitai lo Yucca Mountain e iniziai a cambiare idea. L’occasione merita di essere descritta nel dettaglio, perché rappresenta un’occasione per gettare uno sguardo su quella che, in genere, è una zona inesplorata – e ritenuta potenzialmente pericolosa – nella “mappa mentale” del mondo nucleare. Osserverete due persone ribaltare la propria opinione sul nucleare e un’organizzazione cambiare idea su se stessa.
Per la politica americana il deposito dello Yucca Mountain per «il combustibile nucleare irraggiato e i rifiuti altamente radioattivi», situato in Nevada a circa 160 chilometri a nord-ovest di Las Vegas, ha rappresentato un problema sin dall’inizio dei lavori nel 1978. Ma questo non aveva nulla a che vedere con la decisione della Long Now Foundation di visitare il sito nel 2002: eravamo curiosi di sapere che effetto fa vedere un buco in una montagna del Nevada.
Il progetto cardine della fondazione, attorno al quale ruota tutto il resto, è un monumentale orologio destinato a funzionare per 10 000 anni che verrà installato all’interno di una montagna del Nevada orientale, come simbolo del nostro intento: far sì che il pensiero a lungo termine non risulti più un obbiettivo arduo e raramente raggiungibile, ma un’azione automatica e diffusa. Ci chiedevamo che tipo di spazi all’interno di una montagna (specialmente in una situata nel deserto) si adattassero meglio all’iniziativa, e pensammo che lo Yucca ci avrebbe fornito qualche suggerimento. E così fu: una galleria lunga, diritta e cilindrica sarebbe risultata un po’ scontata, così come un soffitto di otto metri; uno spazio alto tre metri sarebbe stato accogliente. Un soffitto che supera gli undici metri di altezza, invece, è oltremodo emozionante.

La lezione principale che imparammo nel corso di quella visita, tuttavia, rappresentava una minaccia al fulcro della nostra organizzazione: c’era infatti qualcosa di patologico nel pensiero a lungo termine che aveva reso possibile lo Yucca Mountain, una negatività radicata in quell’arco temporale di 10 000 anni su cui si fondava anche il nostro progetto. Sull’autobus, tra gli altri, c’erano anche Danny Hillis, l’uomo che aveva progettato l’orologio1, e Peter Schwartz, cofondatore della Global Business Network. Nella mia relazione sulla trasferta scrissi che all’entrata del deposito

un video informativo ci avvertì che era estremamente importante evitare di inciampare, e ci mostrò come usare il respiratore d’emergenza agganciato alla cintura. Hillis ci spiegò che si trattava dello strumento che l’Occupational Safety and Health Administration (osha) richiede che ogni individuo abbia con sé, in caso si sviluppi un incendio nella miniera. All’ingresso della galleria c’erano ben due ambulanze, nuove fiammanti, che ci ammonivano strillando: «sicurezza, sicurezza, sicurezza!!».
Dopo una riunione informativa in un’accogliente “alcova” sotterranea ci addentrammo nella montagna lungo un tunnel rettilineo dal diametro di circa otto metri percorrendo due chilometri e mezzo a bordo di un treno rumoroso; l’intero anello misurava circa otto chilometri. I tunnel laterali di deposito dovevano ancora essere scavati, ad eccezione di alcuni tunnel di prova. Scendemmo dal treno per visitarne uno in cui si stava svolgendo un esperimento estremamente costoso per determinare gli effetti del riscaldamento e del raffreddamento sulla roccia e sul flusso d’acqua circostante: l’esperimento avrebbe richiesto quattro anni di riscaldamento e quattro di raffreddamento, e fungere da modello per i primi 1000 anni di conservazione dei rifiuti.
A cena discutemmo ampiamente della nostra esperienza allo Yucca Mountain: eravamo tutti inorriditi dal fatto che il governo avesse investito una cifra compresa tra gli 8 e i 16 miliardi di dollari («… il totale varia in base alla modalità di calcolo…») per “scavare un buco”. Gran parte dei soldi era servita per finanziare test stratosferici volti a rassicurare la gente sul fatto che i rifiuti conservati sarebbero stati “sicuri” per 10 000 anni. Si trattava di una spesa ingente basata su idee che risalivano agli anni Cinquanta, e di un insieme di azioni squisitamente politiche per rassicurare critici per la maggior parte indifferenti alla scienza e sospettosi a priori.
Peter Schwartz scommise che se i rifiuti fossero finiti nella montagna (c’è un 50% di possibilità che questo accada) dopo 50 o 100 anni sarebbero stati nuovamente tirati fuori e utilizzati come preziosa risorsa energetica.
Chiamando in causa la premessa fondante della Long Now Foundation, io stesso suggerii che a far arrabbiare la gente fossero quei 10 000 anni; dunque ci chiedemmo che cosa avremmo fatto se la gestione dei rifiuti nucleari fosse stata affidata alla nostra organizzazione. Danny rispose: «Avrei scavato nel terreno lo stesso identico buco, ma mi sarei limitato a spendere circa 200 milioni di dollari. Avrei detto a tutti che si trattava di una soluzione temporanea e che l’avremmo sfruttato solamente per un centinaio d’anni, in attesa di decidere cosa fare delle scorie».
Ci rendemmo conto che lo Yucca Mountain è un classico esempio della follia della pianificazione a lungo termine, dell’illusione di sapere adesso quale sia la cosa giusta da fare per i prossimi dieci millenni, mentre l’intento della Long Now Foundation è quasi l’opposto: stimolare un pensiero a lungo termine che metta in moto una serie di eventi che siano in grado sia di rendere i processi estremamente adattabili, sia di preservare – e persino aumentare – le opzioni con il passare del tempo.

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