• Scienza
  • mercoledì 3 Novembre 2010

Una cura per la terra

Nel suo nuovo libro sul futuro dell'ambientalismo, Stewart Brand spiega come ha cambiato idea sul nucleare

"L’attuale industria nucleare è molto meno pericolosa di quanto credano gli ambientalisti: il nucleare è verde, e il nuovo nucleare lo è ancora di più"

di Stewart Brand

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Più riflettevo sulla classica posizione ambientalista in merito ai rifiuti nucleari, che avevo sposato per diversi anni, più mi appariva insensata. Lo sproloquio di solito suona così: “Dovete garantire che tutta la radioattività emessa dai rifiuti resterà completamente isolata per 10 000 anni (anzi, 100 000; anzi no, 1 000 000) e se non ne siete in grado non potete utilizzare questa fonte di energia”. Perché? “Perché la radioattività, anche in quantità ridotta, nuoce agli esseri umani e alle altre forme di vita. Potrebbe contaminare le acque sotterranee”.

Quali esseri umani? Questa posizione sembra supporre che gli esseri umani futuri saranno esattamente come noi, con le nostre stesse preoccupazioni e la nostra attuale tecnologia. Ma come sarà il mondo fra, per esempio, 200 anni? Se noi e la nostra tecnologia prosperiamo, l’umanità sarà di gran lunga più capace rispetto al presente, e avrà da risolvere problemi decisamente più interessanti di una fuoriuscita di radioattività facilmente rilevabile ed eliminabile. Se invece ripiomberemo nell’età della pietra, qualche occasionale dose di radioattività sarà l’ultimo dei nostri problemi. Se proiettato in un futuro distante 2000 o 10 000 anni, il problema, invece di aggravarsi, svanisce del tutto.

La visita allo Yucca fu determinante anche per Peter Schwartz, esperto di energia e membro per lungo tempo del consiglio del Rocky Mountain Institute di Amory Lovins: partendo da posizioni opposte si trasformò in un convinto sostenitore del ritorno al nucleare, allontanandosi da Lovins al punto da compromettere la loro amicizia.
Un anno dopo la Global Business Network fu invitata a tenere un workshop per la Nuclear Waste Management Organization canadese, che stava organizzando una serie di meeting per decidere come gestire i rifiuti provenienti dai 22 reattori nucleari candu2 del paese. Un’opzione era di lanciarli in una buca profonda, scavata nell’antico e saldo substrato roccioso dello Scudo canadese, e dimenticarsi della loro esistenza. Un’altra era quella di buttarli dove si trovavano, ovvero in appositi contenitori per lo stoccaggio a secco, detti cask3, che si trovano presso i siti dei reattori. Un’altra ancora era rappresentata dalla costruzione di un sito simile allo Yucca per lo stoccaggio sotterraneo temporaneo. Al workshop raccontai la mia esperienza allo Yucca Mountain. Tra gli altri, c’erano anche diversi nativi americani (in Canada le loro tribù sono chiamate First Nations) che proposero di adottare l’approccio delle sette generazioni, da lungo tempo attribuito alla Confederazione Irochese: sulla base dei 25 anni di norma conteggiati per una generazione, avevamo 175 anni di tempo per decidere cosa fare dei rifiuti.

Dopo 80 meeting in tutto il Canada emerse una politica della nazione sui rifiuti nucleari basata, si legge nel rapporto redatto dall’organizzazione, sul principio del «Rispetto per le Generazioni Future: non dovremmo giudicare prematuramente i bisogni e le capacità del futuro. Invece di agire in modo paternalistico sarebbe giusto lasciar loro la possibilità di scegliere cosa fare con il combustibile irraggiato». Analogamente, il piano di gestione canadese è stato pensato per essere «flessibile e graduale»: prevede la temporanea giacenza del combustibile irraggiato in appositi contenitori, presso i siti dei reattori, in attesa del completamento di un deposito sotterraneo a «breve termine» (da 1 a 175 anni) centralizzato e poco profondo (progettato per consentire un agevole recupero del materiale) che sarà seguito dalla costruzione di un deposito geologico più profondo (per lo stoccaggio permanente). I canadesi del futuro potranno decidere di volta in volta; i 10 000 anni non vengono mai menzionati. Piuttosto, nel rapporto si legge che «nell’arco di 175 anni la radioattività complessiva del combustibile esausto si abbassa fino a un miliardesimo del livello presente al momento dell’estrazione dai reattori». Contrariamente a molti tipi di rifiuti chimici, come il mercurio, le scorie nucleari hanno l’interessante caratteristica di perdere tossicità con il passare del tempo.
Mi resi conto pian piano che nella mia visione del nucleare erano cambiate due cose: lo smaltimento dei rifiuti non mi appariva più come un problema di livello cosmico e, alla luce delle crescenti preoccupazioni riguardo sul cambiamento climatico, l’energia pulita prodotta dal nucleare sembrava una delle soluzioni migliori. La mia opinione sul nucleare era diventata da contraria a favorevole. La domanda che mi pongo oggi è: perché è stato necessario così tanto tempo? Se non fossi stato così pigro avrei potuto indagare su questa realtà molti anni prima.

Gwyneth Cravens, scrittrice ed ex direttrice del “New Yorker”, fece quel che avrei dovuto fare io. Era tra gli attivisti che nel 1980 portarono alla chiusura della centrale nucleare di Shoreham, nel Long Island, costata sei miliardi di dollari; la centrale fu chiusa ancora prima di entrare in attività, evento che spaventò l’industria nucleare americana fino a porla in una situazione di stallo. Negli anni Novanta, grazie a Rip Anderson, un amico che lavorava come scienziato addetto alla sicurezza nucleare presso i Sandia National Laboratories di Albuquerque, la Cravens ebbe l’occasione di osservare la questione nucleare anche da un altro punto di vista. Intravedendo la possibilità di ricavarne un articolo, con la guida di Anderson iniziò un viaggio nell’industria nucleare statunitense, traendone un eccellente resoconto dal titolo Il nucleare salverà il mondo. La verità nascosta su un’energia pulita, pubblicato nel 2007.
Le chiesi che cosa le avesse realmente fatto cambiare idea in merito al nucleare. «Due cose» disse. «Il carico minimo e l’impronta».
«Per carico minimo» spiega nel suo libro «si intende la quantità minima di energia continua, provata e assicurata a prescindere dalle condizioni ambientali e climatiche, necessaria per soddisfare i bisogni dei milioni di utenti dei servizi pubblici». Per il momento questa elettricità di base da cui dipende il funzionamento della rete elettrica proviene soltanto da tre fonti: combustibili fossili, energia idroelettrica ed energia nucleare. Due terzi dell’energia mondiale viene prodotta bruciando combustibili fossili, soprattutto carbone, mentre il restante terzo, la parte verde, è diviso equamente tra centrali idroelettriche e reattori nucleari, con un 16% circa ciascuno. Negli Stati Uniti il 71% dell’elettricità deriva da carbone e gas, il 6,5% da energia idroelettrica e circa il 20% da energia nucleare.

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