• Scienza
  • mercoledì 3 Novembre 2010

Una cura per la terra

Nel suo nuovo libro sul futuro dell'ambientalismo, Stewart Brand spiega come ha cambiato idea sul nucleare

"L’attuale industria nucleare è molto meno pericolosa di quanto credano gli ambientalisti: il nucleare è verde, e il nuovo nucleare lo è ancora di più"

di Stewart Brand

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Le città necessitano di una rete elettrica che fornisca continuamente energia, e questo avviene grazie al carico di base; entro la metà del secolo le città mondiali in via di sviluppo, e i miliardi di persone che stanno uscendo dalla povertà e salendo la “scala energetica”, richiederanno un carico minimo di gran lunga superiore. Se il clima è la principale minaccia verde e le città sono una benedizione verde, il nucleare sembra essere doppiamente verde.
Il solare e l’eolico, per quanto desiderabili, non rientrano nel carico di base perché non garantiscono continuità: sono produttivi solo quando splende il sole e c’è vento. Potrebbero rientrarvi solo se si trovasse un modo per immagazzinare enormi quantitativi di energia; altrimenti restano una risorsa supplementare, in genere per le centrali a gas. Le centrali solari orbitali, tuttavia, potrebbero contribuire direttamente al carico minimo trasmettendo le microonde alle rectenne4 sulla Terra: nello spazio la luce solare ha un’intensità tre volte superiore a quella della pallida luce che arriva sulla Terra, ed è sempre disponibile. Ipotetici pannelli solari collocati nello spazio avrebbero dunque un’esposizione alla luce solare pari a tre volte quella dei pannelli posizionati sui tetti delle case e, a conti fatti, ne deriverebbe una quantità di energia nove volte superiore a quella raccolta sulla Terra, anche se i costi di trasporto sarebbero troppo elevati. Detto questo, il Giappone sta progettando una centrale solare orbitale da un gigawatt, e una società di servizi pubblici californiana sostiene che disporrà di una centrale da 200 megawatt entro il 2016.

Per quanto riguarda l’impronta, la Cravens fa notare che «una centrale nucleare che produce 1000 megawatt (per inciso, 1000 megawatt corrispondono a 1 gigawatt, ovvero un miliardo di watt; da adesso userò principalmente questa unità di misura) occupa meno di un chilometro quadrato, mentre per ottenere lo stesso risultato una centrale eolica dovrebbe ricoprire oltre 500 chilometri quadrati e una centrale solare ne dovrebbe occupare un centinaio». E questa è solo l’impronta ecologica.
Più interessante, invece, è il paragone tra i rischi legati ai rifiuti derivanti dai combustibili fossili e quelli rappresentati dalle scorie nucleari. Le scorie radioattive hanno una misura estremamente ridotta: a Rip Anderson piace far notare che, se ottenuta esclusivamente tramite il nucleare, l’elettricità consumata da una persona nell’arco di una vita produrrebbe rifiuti di dimensioni pari a quelle di una lattina di Coca Cola. I rifiuti prodotti dai combustibili fossili, invece, hanno dimensioni enormi: con una produzione basata esclusivamente sul carbone si parla di 62 tonnellate di materiali solidi e 70 di biossido di carbonio a testa. Le scorie nucleari, inoltre, vengono immagazzinate in appositi contenitori per lo stoccaggio a secco collocati in una piccola area e monitorati localmente, così che la situazione sia sempre sotto controllo. Una centrale nucleare da 1 gigawatt trasforma 18 tonnellate di combustibile all’anno in 18 tonnellate di rifiuti, tanto densi da riempire appena due cask.

Al contrario, una centrale a carbone da 1 gigawatt brucia 2,7 milioni di tonnellate di combustibile all’anno e produce 6,3 milioni di tonnellate di co2 che finiscono immediatamente nell’atmosfera, dove nessuno può controllarli e monitorarne l’attività. Senza contare le ceneri e i gas di scarico derivanti dalla combustione del carbone: rappresentano la principale fonte di radioattività atmosferica al mondo e sono pieni di metalli pesanti come il piombo, l’arsenico e la maggior parte del mercurio neurotossico che ha contaminato la catena alimentare (tanto da indurre i medici a sconsigliare alle donne incinte di mangiare pesce selvatico e molluschi). Si stima che l’inquinamento atmosferico prodotto dalla combustione del carbone causi 30 000 morti all’anno per cancro ai polmoni negli Stati Uniti, e 350 000 in Cina.
Infine, per quanto riguarda le emissioni totali di gas serra relative all’intero ciclo di vita delle fonti energetiche, uno studio pubblicato nel 2000 dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (aiea) rivela che nel caso del nucleare le emissioni per kilowattora sono all’incirca pari a quelle derivanti dagli impianti eolici e idroelettrici, circa la metà di quelle prodotte dall’energia solare, un sesto di quelle provenienti dal carbone “pulito” (se mai lo diventerà), un decimo rispetto a quelle dovute al gas naturale e, per come oggi viene bruciato, un ventisettesimo di quelle derivanti dal carbone.

Stewart Brand è uno scrittore, studioso e teorico dell’ambientalismo americano e delle nuove tecnologie. Ha 72 anni e il suo nuovo libro è Una cura per la terra (Codice), dal cui capitolo sull’energia nucleare sono tratte queste pagine. Il 7 novembre terrà una Lectio Magistralis al Festival della Scienza di Genova, ma tra il 5 e l’11 sarà anche Milano, Roma e Napoli.

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