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  • venerdì 22 Ottobre 2010

I guai che aspettano il prossimo presidente cinese

L'analisi dell'Economist e i suoi consigli a Xi Jinping, successore designato alla guida della Cina

Se Xi Jinping vorrà proseguire sulla strada delle riforme, dovrà vincere molte resistenze

Il fatto più importante emerso dal recente congresso del partito comunista cinese è l’ascesa di Xi Jinping, ormai ufficialmente il successore designato di Hu Jintao alla guida del partito e quindi anche alla presidenza della Cina. Per quanto, com’è noto, la procedura di selezione e successione ai vertici del paese non si muova su criteri democratici, il suo esito politico non è scontato: non perché sia in discussione il nome del prossimo presidente – a meno di grandi sorprese sarà Xi Jinping, come abbiamo detto – bensì perché sono in discussione le sue intenzioni, la sua personalità e la sua capacità di gestire la classe dirigente del partito comunista.

La storia cinese degli ultimi decenni racconta infatti di una politica tutt’altro che immobile, e che anzi ha saputo modificare la direzione di marcia del proprio paese e adeguarla ai tempi, mostrando abilità di manovra ed emancipazione dalla tentazione conservatrice che è propria delle dittature. Per questa ragione, nel descrivere Xi Jinping, l’Economist scrive che il mondo farebbe bene a preoccuparsi: perché non sappiamo chi è davvero, il prossimo presidente cinese; e perché il regime cinese è meno solido e monolitico di quello che spesso si pensa.

Un’altra cosa che resta misteriosa, scrive l’Economist, è la strada compiuta da Xi – poco noto in patria, praticamente sconosciuto all’estero – per imporsi come futuro leader.

La nomina di Xi è stata curiosamente simile a quella di Kim Jong Un in Corea del Nord: anche quella fu portata avanti con riservatezza, anche quella riguarda un futuro leader promosso a un importante ruolo direttivo delle forze armate, anche quella è stata frutto di un imponente e blindato congresso di partito. La differenza è che la Cina ha fornito al pubblico qualche spiegazione sulla nomina, seppure all’interno di un interminabile comunicato diffuso alla fine del congresso.

La cosa positiva è che nel curriculum di Xi rientrano alcuni importanti e proficui incarichi nelle zone più sviluppate e dinamiche del paese. Xi è relativamente un cosmopolita, scrive l’Economist. Insomma, ha delle carte da giocare: ma dovrà superare indenne questi due anni di transizione, senza permettere ad altri di minare il suo profilo e compromettere la sua nomina. E quindi potrebbe venirne fuori indebolito, incerto, azzoppato da una classe dirigente che millanta unità ma che in realtà è profondamente divisa sulla scelta delle priorità del paese e sulla sua necessità di riforme economiche e politiche.

Il piano quinquennale approvato dal congresso prevede un tasso di crescita sostenibile e una più equa distribuzione delle risorse ai lavoratori. Questa sarebbe un’ottima notizia sia per la Cina che per il resto del mondo, scrive l’Economist, perché aiutarebbe a colmare quel distacco tra importazioni ed esportazioni che innervosisce i paesi stranieri e soprattutto gli Stati Uniti. Ma sarà un cambiamento doloroso. Gli esportatori avranno paura per le loro imprese, se gli stipendi dovessero aumentare. Le grosse aziende di stato sono abituate a ottenere credito, terra ed energia con gran facilità e minimi sforzi economici: dovranno rinunciare a molti privilegi.

Poi c’è la riforma politica, altrettanto attesa e delicata. La crescita economica e la diffusione di internet ha dato ai cinesi la possibilità di comunicare e di elaborare desideri e sogni con un livello di libertà del tutto inedito, finché questi non minacciano la stabilità del regime. Ma arriverà il momento in cui la voce di chi chiede di poter discutere la governance del paese sarà forte e diffusa abbastanza da non poter essere ignorata. Nei giorni scorsi molti giornali hanno applaudito alle parole di Wen Jiabao sulla necessità della riforma politica: moltissimi altri, invece, lo hanno semplicemente censurato.

D’altra parte, le decisioni da prendere sulla riforma politica non hanno semplicemente a che fare con la democrazia e i diritti umani: hanno a che fare col mantenimento della crescita economica del paese. La sua marcia potrebbe essere gravemente compromessa dalla diffusione di un vasto risentimento nei confronti del governo, da proteste di massa e scioperi, magari brutalmente repressi. Da qui, quindi, i consigli dell’Economist a Xi Jinping.

La strada giusta per Xi dovrebbe essere chiara: rilassare la morsa del partito sui dissidenti, rompere il muro della segretezza e portare a termine alcuni fondamentali riforme economiche.

Il problema è che si tratta di una strada molto problematica. Buona parte del partito comunista, infatti, non è disposto a impegnarsi in un processo di grandi cambiamenti mentre il paese si trova in una fase così delicata. Per compattare il partito e il popolo preferisce allora far leva sull’orgoglio nazionale e sulla storica rivalità con i giapponesi, per non parlare delle insofferenze plateali rivolte agli Stati Uniti e all’Occidente. Troppi occidentali, scrive l’Economist, pensano che la Cina sia una potenza razionale, adulta e sicura di sé. Non è così: si tratta invece di un impero paranoico e introverso, che si muove con fatica e oggi si trova alla prova di una successione che lo mette in imbarazzo.