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  • sabato 18 settembre 2010

I piani di Hitler per distruggere New York

Lo Spiegel racconta i folli (e a volte comici) tentativi della Germania nazista di attaccare gli Stati Uniti

Attaccare gli Stati Uniti mettendo a ferro e fuoco la sua città simbolo, New York, era sempre stato uno dei sogni di Adolf Hitler. Era convinto che degli attacchi mirati avrebbero spinto gli americani ad abbandonare la guerra e Albert Speer, l’architetto preferito del Führer, nei suoi Spandau Diaries ricorda come a Hitler piacesse guardare film in cui città straniere, come Londra, venivano distrutte, e come fosse ossessionato dall’idea di «vedere New York crollare tra le fiamme».

Hilter mise al lavoro i suoi migliori strateghi per trovare un modo di far capitolare New York, già molto tempo prima che la Seconda Guerra Mondiale iniziasse. Attacchi sottomarini, agenti segreti, missili intercontinentali, kamikaze, bombardamenti aerei: dei molti piani sviluppati qualcuno fallì miseramente mentre altri non vennero mai messi in pratica. Li racconta tutti lo Spiegel, e li trovate anche raccolti nel libro Target America: Hitler’s plan to attack the United States disponibile online.

Il Messerschmitt Me 264
Willy Messerschmitt era uno dei principali costruttori dell’aviazione militare tedesca. Nel 1937 presentò a Hitler il prototipo di un nuovo aereo durante una visita del Führer alla sua azienda omonima. Secondo il costruttore, il Messerschmitt Me 264 sarebbe stato in grado di raggiungere gli Stati Uniti partendo dalla costa occidentale europea. Hitler, eccitato all’idea, non sapeva però che in realtà il prototipo che stava osservando era solo un modello incapace di volare, che Messerschmitt aveva costruito per accaparrarsi il denaro del contratto. I tempi per la costruzione di un prototipo reale erano sconosciuti.

L’Operazione Pastorius
È allo stesso tempo l’operazione più affascinante e assurda di tutte. Nell’aprile del 1942 la Germania nazista reclutò otto persone che avevano già vissuto negli Stati Uniti e le spedì a Gut Quenzsee, una città a 75 chilometri da Berlino, per allenarle e prepararle alla loro grande missione: infiltrarsi negli Stati Uniti e abbattere i suoi punti nevralgici: ponti, centrali elettriche, tunnel. Nessuno di loro aveva mai partecipato a operazioni di intelligence, e nei diciotto giorni di corso intensivo in sabotaggio ricevettero lezioni di combattimento (ju jitsu, in particolare) e istruzioni su come piazzare gli esplosivi e far detonare bombe.

In giugno gli otto uomini si divisero in due gruppi da quattro e salparono in mare a bordo di due sottomarini, un U-548 diretto in Florida e un U-202 diretto a Long Island, obiettivo New York. Il secondo arrivò al largo della costa americana nella notte del 12 giugno 1942, ma il capitano Hans-Heinz Lindner calcolò male l’altezza dell’acqua: all’alba del 13 giugno il sottomarino si era arenato sul fondale sabbioso dell’oceano, a soli 200 metri dalla strada che costeggiava l’oceano. Il capitano riuscì però a uscire dall’impaccio e, prima che le prime automobili lo vedessero, riuscì a disincagliarsi, fare retrofront e immergersi nell’Atlantico come se nulla fosse successo. E questo era solo l’antipasto dell’imbarazzante fallimento degli agenti segreti.

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