• di Paolo Virzì
  • Italia
  • Mercoledì 15 settembre 2010

Le rovine dell’Aquila

Paolo Virzì ha fotografato la città a 17 mesi dal terremoto

di Paolo Virzì

Lo scorso weekend Paolo Virzì è stato a L’Aquila, travasando se stesso dal grande catino di chi ne riceve le notizie da giornali e telegiornali al piccolo bicchiere di chi ha visto. I due contenitori parlano lingue diverse, sanno cose diverse: è una disinformazione impressionante quella che opprime tutti quelli che non hanno potuto andare a vedere di persona, che deriva sia da intenzionali mistificazioni provenienti dai responsabili della ricostruzione e dai loro complici, sia dalla inevitabile sproporzione tra quello che possono raccontare le parole, gli articoli, persino l’aggirarsi di qualche telecamera e cosa significhi invece essere lì, vedere cos’è il centro storico dell’Aquila.

Il centro storico dell’Aquila è chiuso e inaccessibile, guardato dall’esercito. Quello che ospita provano a mostrarlo un po’ le foto di Paolo Virzì e ci provano i film di cui lui parla concludendo il suo racconto.

Intimiditi dallʼenormità di quello sfacelo, tampinati da un drappello di vigili urbani preoccupatissimi per la nostra incolumità, allʼinizio camminavamo in silenzio nella Zona Rossa, ascoltando quel che sottovoce ci raccontava Simona, giovane attivista del PD aquilano, che preferiva non indugiare in patetismi e ci illustrava quel disastro persino con unʼammirevole dose di freddezza.

Le si è incrinata solo un poco la voce quando ci ha invitato a dare una sbirciata dentro qualcuno di quegli antichi portoni e ci ha chiesto se anche noi sentivamo lo spiffero gelido che veniva dai palazzi sventrati.

Abbiamo rabbrividito, mentre cʼinoltravamo senza commentare, o facendo domande finto-gravi ma in realtà stupide, tanto per riempire quel silenzio insopportabile, che si poteva sentire il crepitare dei nostri passi sui frammenti di pietra e di intonaco.

Ma ad un certo punto, tra i ragazzi e le ragazze che ci accompagnavano, e grazie ai quali eravamo lì, tutti film-maker aquilani, tutti ex-allievi dellʼAccademia dellʼImmagine, ha cominciato a circolare qualche battuta: “Venghino, siòri! Provate anche voi lʼemozione del Maceria Tour!”, “Vuoi vedere da vicino una vera città terremotata!? Vuoi vedere un carriolante in carne ed ossa?” “Vieni anche tu a godere di quel che resta dellʼAquila e non sarai deluso!” E ci è venuto a tutti da ridere come può capitare solo nei momenti inopportuni: unʼilarità assurda, tragica. Forse lʼunica espressione possibile per reagire al senso di sgomento e dʼimpotenza.

Come ho voluto bene a quei ragazzi intelligenti e feriti, pieni di talento e di rabbia! Avevano appena mostrato a Francesca Archibugi e a me gli ultimi capitoli del loro vasto e incessante lavoro di documentazione video di questi terribili diciassette mesi, durante i quali avevano subito lʼoffesa crudele del sisma e poi quella se possibile ancora più violenta della speculazione politica ed economica, del cinismo dei media (“Cosa si prova a dormire in macchina?” domandò in quelle notti dʼaprile una frizzante reporter del Tg5 ad una famiglia frastornata e accecata dai faretti delle telecamere. “Record dʼascolti per il terremoto a LʼAquila!” annunciò con entusiasmo il Tg1); avevan visto sfilare la parata di potenti, a beneficio dei quali venne allestito anche un ridicolo nastro basculante per far provare lʼemozione di una scossa simulata di grado equivalente a quella che aveva annichilito la città. E avevan vissuto il dramma dellʼoccupazione militare, lʼarroganza e lʼimprevidenza della gestione dellʼemergenza, le loro vite piegate alle esigenze della propaganda di un governo nazionale che adesso sembra aver abbandonato per sempre il cuore storico dellʼAquila al suo destino di città fantasma.

Forse è qualcosa che già sappiamo, nonostante non sia certo una notizia da prima pagina – niente più record di ascolti – ma oggi per quella città, che è stata di una bellezza mozzafiato, non cʼè più alcun progetto. Non è che la ricostruzione sia ferma: semplicemente non è mai iniziata.

Come forse è anche noto che son stati gli abitanti, spontaneamente, spesso sfidando i divieti, ad occuparsi della rimozione del grosso delle macerie con le loro carriole. Adesso decine di migliaia di persone sono ancora sfollate negli alberghi, che nessuna istituzione provvede più a pagare dalla primavera scorsa, i progetti C.A.S.E. e M.A.P. sono saturi, oltre ad esser già diventati periferie degradate e squallide, e si è capito presto che quelle sistemazioni sono tuttʼaltro che provvisorie, dal momento che nessuna delle migliaia di attività commerciali ha mai riaperto e la vita delle persone è rimasta sospesa, in stand by, senza una prospettiva che non sia quella di diventare, appunto, i custodi di una nuova Pompei, le guide autorizzate di un beffardo Terremoto Tour che vede già arrivare la domenica qualche pullman carico di turisti in bermuda e sandali, armati di handycam e di mappa delle macerie, dove il must-to-do è la visita al “museo delle chiavi di casa”.

Ed ecco quindi che il sarcasmo pungente di quei ragazzi dal destino che più precario non si può diventa lʼarma più efficace per proteggersi dallo scoramento, dallʼimpotenza, dallʼautocommiserazione. Non riuscivano più a smettere di far battute e ridere, e sogghignavano anche i vigili che ci scortavano, e ridevamo anche noi nonostante il magone. Avranno anche perso quasi tutto, queste persone, ma non han smarrito nemmeno unʼoncia della loro dignità, e posson permettersi di combattere con lo sberleffo il macello che è capitato alla loro adorata città, dalla quale proprio non possono, non vogliono andarsene.

Questi giovani film-maker la settimana scorsa hanno realizzato sei brevissimi video, molto belli e a modo loro raffinatissimi, sei piccole storie: una bambina che gioca tra le macerie, immersa in una propria fiaba, incurante dellʼagitazione del mondo alle sue spalle, uno studioso di musica antica che continua a suonare lʼorgano di una chiesetta semidistrutta, un giovane film-maker ossessionato dallʼoverdose di interviste ai terremotati, un giovane elettricista nella sua ossessiva routine quotidiana di sradicato, una signora che tutti i giorni va a sedersi su una panchina per fissare in silenzio il portone della sua casa inagibile, la vita che continua in questa calviniana città invisibile. Un altro importante pezzettino di un loro racconto personale che va avanti dal famigerato aprile dellʼanno scorso, che poi han mostrato domenica al pubblico della Festa del PD allestita davanti a quel che resta della basilica di Collemaggiore. Nel torrente enfatico dʼimmagini, sensazionalistiche, o patetiche, o indignate, che finora avevamo visto su LʼAquila non mi pare ci fosse ancora stato nulla di così autentico e penetrante. E dal momento che la loro storia ci riguarda, anzi è proprio cruciale per raccontare qualcosa di vero e profondo dellʼItalia di questi anni, sarebbe bello che si facessero avanti produttori e distributori e funzionari televisivi coraggiosi e piattaforme alternative e volenterose per dar spago e spazio al talento e allo sguardo speciale di questi ragazzi. Si chiamano Luca Cococcetta, Silvia Consales, Salvatore Diodato, Diego La Chioma, Francesco Paolucci, Peter Ranalli, Alessia Moretti, Agnese Porto, Gianluca Tiboni. Hanno poco più di venti e poco meno di trentʼanni, se andate a LʼAquila può darsi che li troviate a zonzo, con una telecamera in mano.