• Cultura
  • martedì 14 Settembre 2010

La storia nei film di Venezia

Cos'hanno in comune il film di Schnabel e quello di Martone, e altre storie di eroi

di Filippomaria Pontani

Alla Mostra del Cinema ho visto alcuni dei film in concorso (appartengo dunque alla prima delle due schiere individuate da Mereghetti). Per quel che ho visto, ho trovato una rassegna noiosetta, non priva di pellicole godibili ma talvolta incline, anche in alcuni titoli premiati, a stucchevoli “sperimentazioni” di scarsa presa, o a storielle di piccolo cabotaggio; del resto, dinanzi a una giuria presieduta dal più solerte e geniale de-strutturatore del “film serio”, Quentin Tarantino, era quasi naturale che al genere epico-storico fosse dedicato uno spazio modesto. Tuttavia, oltre all’assai apprezzato dramma cinese La fossa di Wang Bing, dedicato a un gruppo di prigionieri politici confinati per rieducazione nel deserto del Gobi negli anni ’60, due pellicole hanno avuto l’ardire di raccontare vicende personali calate all’interno di lunghi frammenti della “grande Storia”, in due ambiti cronologici e geografici assai diversi: intendo Miral di Julian Schnabel, che ripercorre la storia del conflitto israelo-palestinese, e Noi credevamo di Mario Martone, dedicato al nostro Risorgimento.

Non ho la competenza per valutare questi prodotti sul piano strettamente artistico. Del primo si può facilmente additare (specie in confronto con film israeliani e libanesi meno ambiziosi ma forse proprio per questo più veri) la schematicità della vicenda, la scarsa profondità politica (a tratti: la banalità) con cui racconta l’annoso scontro fra le due popolazioni, e un certo compiacimento nell’indugiare sulla bellissima protagonista (Freida Pinto, star di Il milionario) o nell’uso dello sfocato e del dettaglio decorativo “astratto” quando viene rievocata la storia della madre – penso ai ciondoli d’oro della cintura che si dimenano nella danza del ventre, o alla barra del letto che sale e scende a tutto schermo mentre lei viene violentata dal padre. Si tratta di caratteristiche del resto in larga parte comprensibili per chi ponga mente alla carriera “principale” di Schnabel, che non è un regista di formazione ma un artista, aduso a raffinate creazioni quali anzitutto i Plate Paintings, acuti ritratti costruiti con frammenti di ceramica.

Al film di Martone, invece, manca a tratti il ritmo (tre ore e mezza sono troppe anche per un affresco di ampio respiro: il formato ideale sarebbe una serie di due episodi per la tv), talvolta la sobrietà (le musiche liriche ottocentesche possono appesantire il dettato), e – più raramente – la chiarezza nelle suture narrative per chi non ricordi bene le tappe storiche dai propri studi liceali. Inoltre, in ambedue i film non a tutti sono piaciuti gli attori, anche se in specie il cast italiano (fra cui spiccano, fra le star, Toni Servillo come Mazzini e Luca Barbareschi come Antonio Gallenga) non ha davvero demeritato: piuttosto, si può osservare che a più riprese i protagonisti (in specie quelli femminili, Miral e Cristina di Belgiojoso), appaiono impegnati di punto in bianco in forbiti dialoghi teorici sugli sviluppi storici in corso, in modo poco congruo al contesto e al vivo sviluppo della narrazione.

Ma al di là di questi difetti, e di altri che i recensori più severi troveranno (si spera che i critici di Martone non cadano nei luoghi comuni di Gabriele Salvatores), i due film denotano a mio parere un’anima comune. Non vorrei insistere troppo sul fatto – forse tuttavia rilevante – che entrambi sono liberamente tratti da romanzi scritti da donne, rispettivamente l’autobiografia di Rula Jebreal (compagna di Schnabel, presente a Venezia e in alcune scene del film medesimo) e l’omonimo Noi credevamo di Anna Banti, già fortunata ispiratrice in Laguna del libro che vinse il Premio Strega 2009 (Stabat mater di Tiziano Scarpa): per quanto entrambe rappresentative – ciascuna per la propria epoca, dunque in modo assai diverso – la Jebreal e la Banti hanno poco da spartire, se non forse una sensibilità particolare, che si traduce nell’omaggio alla spesso dimenticata contessa di Belgiojoso (nel film, una somigliantissima Francesca Inaudi), e soprattutto a Hind Husseini, la leggendaria fondatrice di un orfanotrofio nel cuore di Gerusalemme (interpretata dall’eccezionale Hiam Abbass, protagonista della Sposa siriana e del Giardino dei limoni).

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