• Cultura
  • martedì 7 Settembre 2010

La Biennale del Vuoto

"Arditi intrecci" e altre diavolerie artistiche incontrate dall'inviato del Post alla Biennale di Architettura

di Filippomaria Pontani

Vi era grande attesa per la XII Biennale di Architettura, aperta a Venezia il 29 agosto scorso; dopo un primo giro di orientamento, potremmo forse definirla (nel senso buono, per carità) la Biennale del vuoto. In altre occasioni, le Corderie dell’Arsenale strabordavano di fotografie a tutta parete, video ingombranti e modellini in scala imponente, che invitano il visitatore a passarvi dentro e a esperire in corpore vili la fisicità dello spazio costruito, superando d’un balzo la pur inevitabile mutilazione che affligge ogni mostra di architettura. Due anni fa, in particolare, il florilegio di concettualismo, linee spaziali e plastiche psichedeliche messo in piedi da Aaron Betsky per celebrare la sua “Architecture Beyond Building”, aveva lasciato molti visitatori con un senso di pienezza che sconfinava nella saturazione.

Quest’anno invece l’allestimento assai sobrio offre una rara occasione per ammirare le strutture portanti dell’Arsenale, e stupire dinanzi alla ruvida bellezza di ambienti secolari, appena scalfiti dai materiali che incorniciano per il tempo di tre mesi (la mostra chiuderà il 21 novembre). Il tema scelto dalla curatrice giapponese Kazuyo Sejima è “People meet in architecture”, dunque un appello alla funzione sociale del costruire, alla condivisione dell’urbanesimo, alla definizione dello spazio pubblico. Ma in realtà questa idea, troppo debole per strutturare un progetto, lascia il campo a quella che Fulvio Irace ha ben definito come “anarchia espositiva”, nella quale si alternano seriosi progetti, ricostruzioni evocative, e installazioni forse più consone a una Biennale d’arte.

Tra queste ultime – che sono anche le più facili da ricordare, e le più godibili per i non specialisti – si segnala anzitutto la teoria di linee sinuose e cangianti ottenute da Olafur Eliasson tramite lampi stroboscopici che incocciano ondivaghi getti d’acqua in un vasto ambiente tutto buio (Your split second house); non meno memorabile è la romantica nuvola artificiale nella quale Transsolar e Tetsuo Kondo chiamano i visitatori a passeggiare, novelli Caspar David Friedrich, per misurare la differenza fra il “sotto” e il “sopra” (il tutto, fornito di comode rampe, si chiama Cloudscapes; analoghe velleità, con tanto di gabbie e nuvolette, agitano il padiglione polacco, ai Giardini). Più didascaliche, ma ricche di pathos, sono da un lato le grandi foto diacroniche di Shiraz e Isfahan proposte da Walter Niedermayr, dall’altro la casa di cedro entro un masso di granito, con cui Smiljan Radic e Marcela Correa aprono il percorso espositivo in memoria del recente terremoto del Cile (evento ovviamente al centro anche del padiglione di quella nazione alle Artiglierie). Tutti items che, al pari delle putrelle incrociate di Anton García Abril o delle interviste su schermo di Hans Ulrich Obrist, immergono il visitatore anzitutto in vuoti ariosi e quasi metafisici: il colmo si tocca con l’installazione di Janet Cardiff, che in un enorme salone spoglio dispone in un cerchio quaranta altoparlanti che mandano un corale rinascimentale: est-ce bien de l’architecture?

Anche nelle partecipazioni nazionali, ospitate per lo più ai Giardini, il vuoto sembra un concetto-guida: i più militanti in tal senso sono gli Olandesi, che lasciano il loro padiglione interamente deserto, fatto salvo un plastico blu a mezz’aria che riproduce un ammasso di edifici di Amsterdam (ci sono anche i mulini): qui almeno si scorge una funzione di denuncia, giacché si addita il ragguardevole fenomeno degli alloggi sfitti, chiusi, abbandonati, un trend che evidentemente accomuna la Venezia del nord a quella del sud, e dovrebbe fornire valida materia di riflessione anche ai nostri amministratori. I Belgi si limitano ad appendere alle pareti brani di pavimenti consumati, per tematizzare il concetto di “usura del tempo”; i Romeni, anche loro integralisti, espongono un enorme parallelepipedo vuoto, fedeli al loro titolo (Piero Manzoni occhieggia) “Exhibiting Space”. Più poeticamente il Giappone, nelle sue meditazioni su Tokyo, insiste sul concetto del “void metabolism” per recuperare spazi aperti secondo modalità urbanistiche antiche (per ulteriori riflessioni sullo “spazio come sottrazione” si rimanda all’installazione di Aires Mateus dal titolo emblematico Voids); la Cina interviene pochissimo sul pur suggestivo spazio delle Cisterne, preferendo concentrarsi su installazioni all’aperto che intrigano anzitutto i bambini. Dritto per dritto, la Germania lascia il suo vasto padiglione quasi del tutto deserto per giocare sul concetto di Sehnsucht, articolato in stanze vuote allargate da specchi contrapposti e (anche qui) in altoparlanti dai quali voci registrate di architetti esprimono i loro desideri (!).

In una mostra di architettura, mediamente, si cercano anzitutto i progetti e i modellini: nella selezione curata dalla Sejima non ve ne sono moltissimi, e quei pochi spesso riguardano progetti della stessa curatrice (si segnala, nel Palazzo delle Esposizioni, il Teshima Art Museum, appoggiato come una goccia sul verdeggiante contesto che lo circonda; più moscio il video di Wim Wenders dedicato al Rolex Center di Losanna). Il più spettacolare, e il meglio documentato (di nuovo alle Corderie), è il progetto che Toyo Ito ha realizzato per la Taichung Metropolitan Opera House, dove l’interesse per gli arditi intrecci delle linee si fonde con un complesso intervento sull’area circostante, e ricchi plastici documentano i giardini, i parcheggi, i caffè che sorgeranno attorno al teatro.

Arditi intrecci: per molti profani (anche per i frequentatori della più grande casa editrice italiana) alcune delle tendenze più ardite dell’architettura contemporanea trovano un’incarnazione – se non un’origine – nel centenario Oscar Niemeyer: risulta dunque particolarmente gradito l’omaggio che gli tributa il padiglione brasiliano, affiancando alle foto delle sue più note realizzazioni il “follow-up” delle ultime generazioni di costruttori tra Brasilia, Florianòpolis e San Paolo. E sempre in tema di Paesi emergenti colpiscono i molti e fantasiosi modellini del padiglione della Malaysia: certo si tratta di estetiche più concrete rispetto al grottesco ilozoismo canadese, alla metafisica della linea di cui si beano gli Ungheresi, o alla leziosa eleganza dell’Egitto; ma molto gradevole, sinestetico e glocal è anche il padiglione greco, occupato da una grande arca ricca di semi ed essenze vegetali che avvolgono il visitatore in un indimenticabile afrore mediterraneo.

1 2 Pagina successiva »