L’urbanistica italiana mangiata dagli imbrogli

A Napoli e Milano, i fiori all'occhiello dell'urbanistica nazionale appassiscono nella cattiva esecuzione e negli affari loschi

La riqualificazione di Santa Giulia si è trasformata in una delle sentine più sordide degli affari milanesi degli ultimi anni

di Filippomaria Pontani

L’architettura – e soprattutto quella contemporanea – appare spesso come una disciplina per intellettuali snob che hanno perduto il legame con la realtà che li circonda. Almeno questa, a quanto mi consta, è stata la sensazione di molti dei visitatori delle ultime Biennali veneziane d’Architettura (2008: “Out There. Architecture Beyond Building” e 2006: “Città. Architettura e Società”). Si spera che la XII, che aprirà i battenti il 29 agosto per cura del giapponese Kazuyo Sejima (e porterà il titolo bene augurante “People meet in Architecture”), abbia un diverso spessore, e torni a parlare in solido di costruzioni invece che di filosofia, di utopia o di arte figurativa.

Ma il legame con la realtà può essere talora più stretto di quanto sembri. La sullodata X edizione della Biennale (2006), dedicata lato sensu al concetto di Città nel mondo contemporaneo, sciorinava lungo le Corderie dell’Arsenale una sequenza di analisi dei più importanti agglomerati urbani del pianeta, dal Cairo a Caracas, da Mumbai a New York, cercando di cogliere – tramite mappe, plastici, modellini, edifici, foto più o meno artistiche, reportages sui piani regolatori, e moltissimi video illustrativi – la direzione in cui viaggiava il modello di sviluppo urbano ai quattro angoli del pianeta. Per forza di cose, quell’esposizione aveva un taglio molto internazionale, e dedicava solo sporadica attenzione alle realtà nostrane: due eventi collaterali corredavano infatti il percorso espositivo, o per meglio dire lo “incorniciavano”, posti com’erano rispettivamente al principio e alla fine, l’uno negli spazi delle Fonderie, l’altro proprio nell’ultima sala delle Artiglierie.

Il primo era il progetto per l’avveniristico complesso di Santa Giulia a Milano, disegnato fra gli altri dal grande architetto inglese Norman Foster, e volto a creare un nuovo “fulcro” pulsante in una zona semicentrale del capoluogo lombardo: ricordo bene i plastici e i video che configuravano abbondanza di spazi verdi, case di taglio medio per una borghesia benestante, un’area più glamour per le residenze di lusso e i negozi d’alto bordo, promenades destinate a favorire la socializzazione degli abitanti (il quartiere era essenzialmente di tipo residenziale, ma non solo), infine un design pronto a screziare lo skyline milanese con inattese geometrie. A questo progetto, affidato al gruppo “Risanamento” di Luigi Zunino, si affiancava anche un’altra importante riqualificazione, quella dell’area ex-Falck di Sesto San Giovanni, fondata su un’ambiziosa idea di Renzo Piano per la riappropriazione da parte della cittadinanza di un’area così segnata dal tumultuoso sviluppo industriale del secondo Novecento.

Il secondo “fiore all’occhiello” della nostra produzione architettonica, alla fine della mostra, era rappresentato dalla sfida del trasporto pubblico campano, o meglio dai progetti legati alle stazioni della Metropolitana di Napoli, affidate ad architetti di vaglia, e volte a riqualificare non solo i gangli della rete, ma anche le stesse zone che servivano: non solo dunque le “stazioni dell’arte”, realizzate nei primi anni 2000 tramite l’inserimento nei sotterranei di opere di insigni artisti contemporanei (da Chia a Kosuth, da LeWitt a Pistoletto), ma stazioni che fossero esse stesse opere d’arte, come la “bocca del vulcano” di Anish Kapoor alla fermata “Monte Sant’Angelo”, o i giochi di luce di Massimiliano Fuksas a “Duomo”, o i livelli sovrapposti di “Municipio” disegnati da Alvaro Siza.

Da quella Biennale sono passati quattro anni. A Napoli (una città nel frattempo sommersa e posticciamente riemersa dall’oceano della monnezza), chiunque scenda Corso Umberto I sa bene da quanti anni siano aperti i cantieri in Piazza Nicola Amore, rispecchiati ormai a fine rettifilo dalla vera e propria clades di Piazza Municipio, la quale costringe a tortuose gimkane il pedone che voglia visitare il Maschio Angioino o anche solo recarsi al porto. Di altre stazioni del metrò i lavori sono iniziati da pochissimo, e si protrarranno per tempi ancora imprecisati; in più casi, com’è accaduto anche a Roma, palazzi e edifici d’abitazione hanno subito seri danni in seguito ai cantieri e alle voragini. Ma – sia detto senz’ombra d’ironia – i pazienti cittadini sono certamente disposti a qualche disagio in nome di un progetto così promettente per l’immagine e la funzione della città tutta.

Meno forse dovrebbero essere entusiasti del fatto ormai acclarato che i lavori della metropolitana di Napoli, già oggetto durante la Prima Repubblica degli appetiti più famelici e bipartisan (lo scandalo sfiorò anche esponenti del PCI; del resto, non tutti i legami svaniscono col tempo: il capo-divisione infrastrutture del Comune di Napoli è cugino del sempre grande Paolo Cirino Pomicino) siano stati rubricati già nel 2005 (dunque mesi prima della presentazione alla Biennale) come opere d’interesse culturale, e come tali finanziati dalla società Arcus, braccio operativo del Ministero dei Beni Culturali, oggi sottoposta – anche grazie alle candide ammissioni dell’ex-ministro Lunardi– a indagini che la smascherano come uno degli anelli vitali della “cricca”. Che una società di Lunardi si sia aggiudicata i lavori del metrò napoletano, e che Crescenzio Sepe (di recente indagato per altri favori insieme al medesimo Lunardi) sia arcivescovo di Napoli dal 2006, potrebbero essere coincidenze non del tutto fortuite. Si veda qui.

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