Solo non si vedono i due leocorni

L'Economist racconta la difficile conservazione degli animali selvatici in Africa e immagina un futuro delle riserve naturali in mano ai privati

La popolazione dei grandi animali nei parchi nazionali africani è diminuita del 59% in 40 anni

di Emanuele Menietti

In tutto il pianeta ci sono solamente otto esemplari di rinoceronte bianco settentrionale ancora in vita. Il conto è facile da fare perché sono tutti animali in cattività, gli esemplari al di fuori degli zoo non vengono avvistati da anni e secondo gli esperti sono quasi certamente tutti morti. Quattro rinoceronti bianchi settentrionali sono stati riportati in Africa da uno zoo della Repubblica Ceca con la speranza di allontanare il rischio dell’estinzione della specie. Provati da anni in cattività, gli animali si sono ripresi rapidamente una volta nel loro habitat naturale, ma il loro stato di buona salute potrebbe non essere sufficiente per salvare la specie.

L’unica soluzione praticabile per evitare l’estinzione sembra essere quella di incrociare il rinoceronte bianco settentrionale con quello meridionale, che conta una decina di migliaia di esemplari. La sottospecie settentrionale potrebbe essere così salva, ma si modificherebbe sensibilmente una specie rimasta probabilmente isolata dagli altri tipi di rinoceronte per milioni di anni. Nei primi del Novecento, nell’area orientale dell’Africa vivevano circa 300mila rinoceronti, ora si stima ce ne siano appena duemila. La colpa della netta riduzione di esemplari è dell’uomo ed è di natura economica: il corno del rinoceronte è stato per anni molto ricercato non solo per scopi ornamentali, ma anche per la medicina.

In Cina, un corno di rinoceronte ha più valore dell’oro. L’escrescenza che cresce sul muso di questi animali viene polverizzata e utilizzata per la preparazione di alcuni composti della medicina tradizionale cinese. Per precauzione, i corni dei quattro rinoceronti bianchi provenienti dalla Repubblica Ceca e ospitati nella riserva di Ol Pejeta in Kenya sono stati limati per allontanare il pericolo del bracconaggio. Al chilo la polvere di corno di rinoceronte può arrivare a costare 35mila dollari, un grande affare per i bracconieri.

La storia del rinoceronte bianco è solo uno degli esempi dei falliti tentativi di preservare numerose specie animali in Africa, come spiega in un lungo articolo l’Economist.

Una recente ricerca della London Zoological Society e il programma per l’ambiente delle Nazioni Unite sostiene che la popolazione dei grandi animali nei parchi nazionali africani (esclusi gli elefanti e i rinoceronti) è diminuita del 59% dal 1970. Il bracconaggio per avere la carne è solo una parte del problema, poche persone si mangiano le zebre. Il vero problema è dovuto all’espansione degli insediamenti umani.

L’Africa non è densamente popolata e i livelli di inquinamento sono sostanzialmente trascurabili, specie se confrontati con quelli occidentali: una tonnellata di anidride carbonica per africano rispetto alle 20 prodotte procapite negli Stati Uniti. In alcune zone dell’Africa, però, il problema dell’inquinamento c’è eccome: inefficienza e scarsa conoscenza delle risorse sostenibili mettono in crisi gli ecosistemi, complicando la vita a numerose specie di animali. Le popolazioni locali sfruttano i terreni più che possono, poi quando sono esausti si spostano e ricominciano bruciando alberi, prosciugando le fonti d’acqua e utilizzando prodotti inquinanti.

Gli animali come i grandi felini patiscono la progressiva riduzione dei loro territori di caccia e la mancanza di risorse per la loro sopravvivenza. Il numero di leoni in Africa secondo alcuni ricercatori è passato dai 400mila esemplari di metà Novecento agli attuali 20mila. A questo ritmo i leoni potrebbero sparire dal pianeta entro il 2020. In alcune riserve questi felini riescono a ricreare famiglie numerose, ma le cose potrebbero peggiorare nel corso dei prossimi anni con il costante aumento della popolazione e degli insediamenti umani.

Secondo alcuni economisti, per preservare la biodiversità in Africa ci si dovrebbe affidare con maggiore convinzione ai privati, che avrebbero le capacità di identificare gli effettivi vantaggi economici della preservazione dell’ambiente. Per Wolf Krug, un economista tedesco che da tempo si occupa del problema, le associazioni a tutela dell’ambiente dovrebbero rivedere le loro campagne contro la caccia in Africa. Il caso della Namibia sembra confermare la teoria di Krug:

La Namibia ha aumentato il numero di animali compresi nella selvaggina, includendo alcune specie di antilopi e alcefali che possono essere cacciati e le cui carni possono essere distribuite dai supermarket locali. […] Ma le associazioni a difesa degli animali come la Born Free Foundation respingono la teoria della caccia su basi “etiche”. Secondo loro, molti cacciatori che iniziano con le gazzelle finiscono poi per cacciare i predatori, spesso illegalmente. E il denaro non arriva ai locali: buona parte degli introiti finisce all’estero.

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