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  • lunedì 30 agosto 2010

Cinque miliardi di dollari buttati

È il costo dei progetti lasciati incompiuti dall'esercito americani in Iraq dopo il ritiro

Prigioni, ospedali e acquedotti costruiti per metà e poi abbandonati a causa di disorganizzazione e scontri

Poco meno di due settimane fa i soldati americani hanno lasciato l’Iraq. In realtà 50 mila mila uomini continueranno a rimanere nel paese, ma da “brigate di combattimento” inizieranno a chiamarsi “brigate di assistenza e consulenza”, nonostante proseguano a combattere al fianco delle unità irachene.

Diminuendo le forze in Iraq, il governo americano ha però lasciato incompiuti o abbandonati centinaia di progetti su cui era già stata investita una quantità ingente di denaro. Associated Press riporta lo studio di un organo di supervisione statunitense che ha calcolato a 5 miliardi di dollari la spesa per edifici e impianti mai usati. Una prigione da 40 milioni di dollari nel deserto a nord di Baghdad, un ospedale per bambini da 165 milioni, un acquedotto da 100 milioni a Falluja: tutti vuoti o inutilizzati. I dati sono calcolati per difetto, basati su circa 300 analisi di ispettori speciali del progetto di ricostruzione irachena. E non tengono inoltre conto dei costi della sicurezza, che ammontano a circa il 17 per cento della spesa di buona parte dei progetti.

Ovviamente, ricorda Associated Press, c’è un altissimo numero di progetti andati a buon fine. L’intervento degli Stati Uniti è stato di certo per molti versi proficuo: centinaia di stazioni di polizia, fortini ed edifici governativi sono stati restaurati o costruiti da zero.

Il colonnello Jon Christensen, che questa estate ha preso il comando del Corpo degli Ingegneri dell’Esercito nella regione, ha detto che l’agenzia federale ha completato più di 4.800 progetti e sta lavorando per finirne altri 233 in fretta. Circa 595 progetti sono stati abortiti, soprattutto per ragioni di sicurezza.

Christensen ha ammesso che errori ne sono stati fatti. Ma ha anche dichiarato che sono stati fatti diversi passi in avanti per sistemarli, e che a questo punto il successo del programma di ricostruzione dipenderà dagli iracheni, che in passato si sono lamentati per non essere stati consultati dall’inizio sui progetti. «Noi possiamo fare solo una parte del lavoro» ha detto Christensen. «Una grossa parte sarà decisa dalla loro capacità di portare avanti i lavori.»

Il programma di ricostruzione in Iraq è partito male già nel 2003, e non è andato avanti particolarmente bene. I problemi principali sono stati due: i continui attentati e scontri tra estremisti Sunniti e Sciiti e la scarsa coordinazione di civili e militari e di statunitensi e iracheni. Uno degli esempi più significativi è la costruzione di una prigione per 3.600 carcerati che sarebbe dovuta iniziare nel marzo del 2004 e terminare nel novembre 2005. A causa di scontri a fuoco i lavori sono però iniziati sei mesi in ritardo e la data del completamento è continuata a slittare, fino a quando nel giugno 2006 gli Stati Uniti hanno deciso di bloccare il progetto per i ritardi e i costi sempre più ingenti. Tre mesi dopo i lavori sono ricominciati a causa dell’interessamento di tre nuove aziende, per poi venire bloccati di nuovo — questa volta definitivamente — l’anno successivo, nel giugno 2007, sempre a causa delle violenze.

«Non vedrà mai un singolo prigioniero iracheno» ha detto l’ispettore generale Stuart Vowen, che ha supervisionato i lavori di ricostruzione dall’inizio. «Quaranta milioni di dollari buttati nel deserto.»

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