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  • lunedì 30 agosto 2010

Cinque domande per Gheddafi

Mentre il paese guarda le hostess e i cavalli, l'Unità chiede conto al regime libico delle violazioni dei diritti umani

“Purtroppo le notizie sono scarse perché i giornalisti non hanno possibilità di muoversi liberamente nel paese di Gheddafi”, scrive Umberto de Giovannangeli sull’Unità di oggi introducendo cinque domande sul regime libico a cui non è facile ottenere risposta: per la ritrosia di Gheddafi e per il polverone circense mediatico sollevato a forza di hostess, cavalli e baracconate imbarazzanti avallate dal nostro governo.

1. Colonnello Gheddafi, che fine hanno fatto i 250 eritrei rinchiusi nei campi in Libia?
Per giorni sono stati segregati nel carcere di Brak, sottoposti a violenze fisiche e psicologiche. Oltre cento di loro avevano cercato di raggiungere l’Italia per veder riconosciuto il loro diritto di asilo. Sono stati ricacciati indietro. «Liberati» dal lager, di loro non si ha più notizia. Molti di loro sono costretti a una quotidianità di stenti, a dormire nelle strade, a vivere di elemosina. «Siamo trattati come bestie», è il loro disperato racconto. Chiedono di poter essere accolti in un Paese terzo. Nessuno gli ha dato ascolto.

2. Colonnello Gheddafi, perchè non sottoscrive la Convenzione di Ginevra sul diritto d’asilo?
Nonostante le sollecitazioni delle più importanti organizzazioni per i diritti umani, la Libia non ha ancora sottoscritto la Convenzione Onu sui rifugiati del 1951, il testo base che garantisce il rispetto dei diritti umani e la tutela di chi è costretto a fuggire dal proprio Paese. L’art. 33 parla del divieto di respingimento. Rapporti aggiornati di Amnesty International e Human Rights Watch, segnalano, documentandoli, numerosi casi di tortura da parte della polizia e dei servizi di sicurezza libici contro oppositori politici.

3. Colonnello, perché non apre le porte dei centri di accoglienza ai giornalisti?
Poter raccontare la realtà dei «centri di accoglienza» libici. Poter liberamente parlare con coloro che in quei centri sono passati. A chiederlo sono in tanti. A farsi portavoce della richiesta generale è soprattutto il presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi), Roberto Natale. La richiesta della Fnsi è rivolta anche al Governo italiano affinché si faccia parte attiva per sostenerla con le autorità libiche. Finora, senza risultati. Per la stampa libera, la Libia rimane off-limits.

4. Signor Colonnello, è vero che lei ha chiuso tutti i centri di detenzione?
L’ambasciatore libico a Roma lo ha affermato pubblicamente: tutti i centri di detenzione nei quali venivano segregati tutti coloro – migliaia – che erano ritenuti da Tripoli «migranti illegali», sono stati chiusi. Le testimonianze raccolte da l’Unità danno conto di una realtà ben diversa: la stragrande maggioranza di questi centri detentivi sono ancora in funzione. Così come risultano proseguire le retate di eritrei, somali, nigeriani «colpevoli» di voler cercare un futuro in Europa, fuggendo da situazioni infernali.

5. Signor Colonnello, risulta che lei faccia affari con il premier Berlusconi. È vero?
Business nel campo televisivo, compartecipazione di società nel cui gruppo azionario sono presenti altre società legate alla famiglia del Premier o a quella del Colonnello. Il Guardian lo ha scoperto. L’Unità ne ha dato conto, subendo gli strali dell’onorevole Ghedini, avvocato di Silvio Berlusconi. Palazzo Chigi ha smentito qualsiasi rapporto di affari fra Berlusconi e Gheddafi. A farlo è anche un personaggio-chiave della partita: il produttore-finanziere franco-tunisino, Tarak Ben Ammar. I dubbi restano.

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