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  • martedì 24 Agosto 2010

La Cina investe sul Cristianesimo

Il partito comunista cinese ha cambiato il proprio approccio alla religione e ha cominciato a sovvenzionare la costituzione di chiese e seminari

Solo fra i protestanti ci sono 20 milioni di fedeli che pregano in chiese gestite dallo Stato

Durante la Rivoluzione culturale cinese la libertà religiosa, e in particolare la pratica del Cristianesimo, era notevolmente osteggiata dal regime di Pechino. Oggi, però, il governo ha radicalmente cambiato la propria posizione, permettendo una sostanziale libertà di culto ai cristiani all’interno di edifici di culto autorizzati e sponsorizzati dallo Stato.

Negli ultimi anni, all’interno dei confini cinesi, il Cristianesimo sta prosperando come mai era successo nel Paese, anche grazie a milioni di dollari di sovvenzioni governative che servono a tenere entro l’alveo delle pratiche autorizzate la professione delle fedi. Per la prima volta, la BBC ha ottenuto accesso in queste chiese – sia protestanti che cattoliche – con l’intento di capire quali siano le ragioni che portano il governo cinese a investire nella religione.

Nei pressi dei luoghi di culto in costruzione sono presenti delle informative che spiegano l’impegno statale a sostegno dello sviluppo del Cristianesimo. In genere le municipalità forniscono gratuitamente il territorio dove verrà edificata la chiesa, e partecipano alle spese di costruzione che la comunità cristiana del luogo deve affrontare, ratificando poi la struttura.

Anche il responsabile governativo per gli affari religiosi Wang Zuo An sostiene che il Cristianesimo si stia sviluppando come mai prima d’ora in Cina: sono stati fondati seminari nazionali per protestanti e cattolici, con l’obiettivo – secondo Wang – di costituire un clero qualificato, e in particolare dei leader religiosi preparati, che possano servire i fedeli di entrambe le confessioni.

Sebbene Wang spieghi che la posizione del partito comunista sull’esistenza di Dio non sia cambiata, i membri del partito sono dell’opinione che lo Stato debba rispettare i credi religiosi di chiunque, e non debba ostacolare gli interessi dei fedeli. Wang insiste che non ci sia contraddizione fra l’impegno governativo a favore della religione, e l’indirizzo ideologico del partito.

A dispetto delle parole di Wang però, in Cina è in atto una vera e propria normalizzazione: il sostegno ai luoghi di culto è limitato a quelli gestiti dallo Stato, e le varie chiese spontanee – gli unici luoghi dove era possibile professare, illegalmente, la propria fede durante la Rivoluzione culturale – continuano a essere osteggiate dal governo, che si produce in campagne d’opinione per convincere fedeli e ministri di culto a scegliere la via governativa.

È vero  tuttavia che, per quanto l’irreggimentazione imposta dal partito comunista costringa i fedeli a praticare il proprio credo solamente nei canali ufficiali, entrambe le confessioni cristiane stiano assistendo a una crescita del numero di fedeli, in particolare fra quelli interessati alle celebrazioni, che solo trent’anni fa era inimmaginabile – soltanto fra i protestanti si parla di addirittura venti milioni di persone che partecipano alle funzioni religiose all’interno di chiese autorizzate.