Nella testa di Tremonti

Che cosa c'è nella mega intervista del ministro dell'economia a Repubblica: poca roba concreta, un sacco di filosofia

Da mesi Giulio Tremonti vive un singolare paradosso politico. Si trova ufficialmente fuori da tutti gli scandali e le liti che hanno colpito la maggioranza, dalla lista Anemone alla lobby di Carboni, e allo stesso tempo vi si trova dentro, dal momento che molti continuano a dipingerlo come il grande manovratore: l’uomo che avrebbe scatenato la Guardia di finanza rendendo pubblica la lista degli appalti di Diego Anemone; l’uomo che “chi tocca muore”, come avrebbe detto Formigoni dopo le inchieste che hanno coinvolto lui e la sua regione negli ultimi giorni. Nel frattempo governa, con una determinazione e un potere pari a quelli di nessun altro membro dell’esecutivo: la manovra finanziaria in corso di approvazione non ha incontrato ostacoli né obiezioni, nella maggioranza. I finiani riescono con una certa frequenza a mettere in difficoltà Berlusconi: ma non Tremonti. E infatti lo stesso rapporto di Tremonti con Berlusconi è piuttosto cambiato, e più di una volta il ministro dell’economia ha dato l’impressione di essere il vero plenipotenziario del governo, anche più dello stesso premier: nonché sicuramente l’unico in questa fase in grado di potersi credibilmente imporre come leader del PdL dopo Berlusconi.

In qualche modo, l’intervista di oggi conferma un po’ questa posizione di forza di Tremonti, quantomeno perché riflette la calma olimpica che ne deriva mentre gli altri attorno a lui si affannano a dichiarare e smentire e precisare e ammonire. Nelle stanze accanto alla sua succede il finimondo e lui passa il tempo a filosofeggiare su questo e quello: Giannini cerca di farlo parlare di cose concrete e lui parte per la sua strada, pontifica e gigioneggia. È vero che è domenica ed è luglio, ma alla fine – a fronte di contenuti giornalistici piuttosto scarsi – Repubblica gli dedica il titolo di prima pagina, pagina due e pagina tre: ha vinto lui anche stavolta.

Il ministro dell’economia comincia difendendo Berlusconi su tutta la linea: dal coinvolgimento nella lobby di Carboni alla linea del governo sulle intercettazioni. E nel rigettare l’ipotesi di un governo istituzionale, tratteggia un mutamento storico della democrazia, oggi “democrazia dei contemporanei”. La premessa potrebbe essere un veritiero e banale “Il mondo è cambiato”, ma Tremonti ci mette in mezzo parecchi ghirigori in più.

«La scienza muta l’esistenza. La “medicina”, la “ars longa” sempre più estende il suo campo, non più solo sulla conoscenza del corpo umano, ma essa stessa ormai capace di ricrearlo per parti. LiPad muta le facoltà mentali, crea nuovi palinsesti, produce in un istante qualcosa di simile a quello che per farsi ci ha messo tre secoli, nel passaggio dal libro a stampa alla luce elettrica. Per suo conto, Google vale e conta strategicamente ormai come e forse più di uno Stato G7. E poi è cambiata di colpo la geografia economica e politica. Di colpo, perché i venti anni che passano dalla caduta del muro di Berlino ad oggi sono un tempo minimo, un tempo non sviluppato sull’asse della lunga durata tipica delle altre rivoluzioni della storia»

Se cambia il mondo, dice Tremonti, cambiano anche la politica e la democrazia. Il rapporto tra rappresentanza e potere si sbilancia, i governi si indeboliscono, “i popoli chiedono interventi sempre più forti, a governi sempre più deboli”. Qui Giannini mostra un po’ di giustificata impazienza e chiede “per favore” a Tremonti di passare “dalla filosofia alla cronaca di questi giorni”. E torna a parlargli della possibilità di formare un governo tecnico, che Tremonti esclude del tutto fornendo due motivazioni: una piuttosto scontata – il governo è stabile, eccetera – una un po’ più originale. Non lo vuole l’Europa.

«È così. E non solo perché l’Europa è costruita sul canone della democrazia, ma soprattutto perché l’Europa, avviata a prendere la forma di un comune destino politico, presuppone e chiede comunque una base di stabilità e di forza. Questa derivante solo dalla politica e dalla democrazia».

Si tratta di una motivazione scivolosa, a dire il vero. Perché la necessità di formare un governo istituzionale sarebbe proprio conseguenza della debolezza – o dell’inesistenza – del governo attuale, davanti al quale l’Europa – proprio in ragione del suo prediligere la stabilità – potrebbe preferire un governo di unità nazionale a un ennesimo traumatico ritorno immediato alle urne. Tremonti nega che il governo Berlusconi possa subire un trauma tale da cadere: né dall’interno né dall’esterno. E nemmeno a seguito della fase economica, “grazie alla forza propria e sottovalutata dell’Italia. Ma anche, si vorrà ammettere, per la visione e per la forza nell’azione di governo”.

Si arriva a parlare delle inchiesta sulla lobby di Flavio Carboni: il vicedirettore di Repubblica tenta disperatamente di portare Tremonti a commentare l’attualità politica, invece che darsi alla filosofia. Ci riesce poco: leggete che dice il ministro dell’economia.

«Per scelta politica, tendo sempre ad analisi di sistema. È certo che non si tratta solo di una mela marcia. C’è qualcosa di più. Forse, e anzi senza forse, è venuta fuori una cassetta di mele marce. Ma l’albero non è marcio, e il frutteto non è marcio. La combinazione perversa è tra le condotte personali e la crisi generale. La crisi postula la salita, e non la discesa nella scala dell’etica, e se vuole anche dell’estetica»

Insomma, la posizione di Tremonti su Flavio Carboni e compagnia bella comprende parole come “estetica”. Ed è difficile non vederci un tentativo di confondere le acque, specie quando è dialetticamente così deliberato:

«Le ultime intercettazioni costituiscono una lettura interessante. Ne emerge un bestiario fatto di faccendieri sfaccendati, di «poteri» impotenti, se si guarda i risultati, di reati più “tentati” che “consumati”. Più si affolla la scena, più tutto si confonde. E la presunta “tragedia” si fa commedia»

Tremonti ha un guizzo di concretezza quando Giannini gli chiede dell’esistenza di una “questione morale”, che il ministro dell’economia vede nell’eolico: non negli scandali sugli appalti, proprio sull’energia eolica in sé.

«Vastissime aree del Paese sono deturpate da pale eoliche sorte all’improvviso, in un territorio che nei secoli passati non ha mai avuto i mulini a vento. E forse ci sarà una ragione. È in tutto questo che vedo la grande questione morale, questo è l’albero storto che va raddrizzato. E per farlo non vedo alternative al federalismo fiscale»

Ma è un guizzo che finisce presto, e quando un Giannini sfinito chiede conto a Tremonti delle proteste delle regioni sui tagli della finanziaria, questo gli risponde:

«Qui vale la dialettica tesi, antitesi, sintesi. Il processo politico ha funzionato subito con i Comuni e le Province, e si sta chiudendo ora anche con le Regioni»

Non ce la si fa. Dopo tesi, antitesi e sintesi, e il duello Berlusconi-Fini come “espressione di un’idea antropomorfa della politica”, l’ultimo guizzo arriva con l’ultima domanda. Tremonti quasi irride il giornalista e i lettori. Ci mette due intere pagine per filosofeggiare su qualsiasi cosa e poi condensa in due battute tutto quello che interessava a Repubblica. Primo: nel governo si fa quello che dico io. Secondo: sto con Berlusconi e Bossi.

«Non ho mai minacciato le dimissioni, ma spesso ho detto “non firmo”. E alla fine il voto è sempre arrivato, positivo e convinto. Tutto quello che ho fatto, e forse anche un po’ più della politica economica, l’ho fatto convinto di fare comunque quello che mi sembrava bene per il mio Paese. E non avrei potuto farlo senza Berlusconi e Bossi, o contro Berlusconi e Bossi. E sarà così anche nel prossimo autunno e oltre»

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