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  • venerdì 2 Luglio 2010

Al posto di Abete

Per cambiare la nazionale italiana non basta un nuovo allenatore: serve un nuovo presidente di federazione

Probabilmente era inevitabile che all’indomani della turbolenta eliminazione della nazionale italiana dai mondiali di calcio, i tifosi e l’opinione pubblica se la prendessero principalmente col suo allenatore. Marcello Lippi è certamente il responsabile ultimo dei risultati della squadra, dalla scelta dei calciatori da portare in Sudafrica al modo erratico e approssimativo col quale ha preparato e schierato i giocatori in campo.

Sarebbe davvero sciocco pensare però che i problemi del calcio italiano inizino e finiscano con Marcello Lippi, così da rendere sufficiente la sua sostituzione – peraltro con un giovane e brillante allenatore come Cesare Prandelli – per ricominciare da capo. L’inesorabilità della defenestrazione di Lippi non dovrebbe distrarre invece da una sostituzione ben più urgente e significativa, intorno alla quale si sta girando un po’ vagamente: quella del presidente della FIGC Giancarlo Abete.

Posto che il curriculum e gli atteggiamenti di Abete sono rassicuranti rispetto a quelli di altri personaggi che hanno gestito le federazioni calcistiche e sportive italiane, è stata sua la decisione di richiamare Lippi sulla panchina dell’Italia, al termine di un europeo dal quale l’Italia era stata eliminata ai rigori dai futuri campioni d’Europa e – forse – del mondo. Obbedendo ai dettami di uno dei peggiori vizi della nostra classe dirigente – se non sai a chi far fare una cosa, falla fare a chi l’ha già fatta – Abete ha commesso un errore tragico: oggi l’Italia è precipitata nei bassifondi del ranking FIFA ma la disfatta della nazionale di Lippi comincia molto prima dell’arrivo in Sudafrica. Comincia con la fatica del girone di qualificazione, con la sconfitta contro l’Egitto in Confederations Cup, con le goleade subite dal Brasile. Per non parlare del flop della nazionale Under 21 e di quella Olimpica: quella del calcio italiano è davvero una crisi sistemica, e Abete non può che assumersene la responsabilità e renderne conto. Anche perché la deprimente vicenda sportiva si accompagna ad altrettanto deprimenti operazioni diplomatiche, come la doppia bocciatura ricevuta dall’UEFA per le candidature all’organizzazione dei campionati europei.

E quindi è giusto che Abete lasci la presidenza della FIGC: adesso. Senza traumi e gogne, ricevendo riconoscenza per il lavoro fatto, ma rapidamente e definitivamente. Al suo posto vada una persona che riesca a occuparsi del movimento calcistico italiano più che delle relazioni politiche e diplomatiche necessarie all’elaborazione di improbabili candidature; di mettere la nazionale di calcio nelle condizioni di lavorare seriamente, senza patetiche auto-indulgenze; di ricostruire i vivai e promuovere la responsabilizzazione e l’utilizzo dei giovani migliori. Una persona capace di fare quello che per i club sono i presidenti, ma senza l’aria da cafone arricchito e il dito sul grilletto dell’esonero dei presidenti dei club. Un dirigente competente e un leader autorevole. Quello che manca in molti ambiti anche assai più importanti della vita pubblica italiana, nel calcio può essere più facile da trovare. Noi abbiamo qualche idea, ma vi invitiamo a maggiori proposte: siamo tutti allenatori della Federazione.

Rosella Sensi
Quando diventò presidente della Roma, i tifosi di mezza Italia sghignazzavano: una squadra di calcio guidata da una donna? I risultati hanno smentito gli stupidi luoghi comuni: durante la sua gestione la Roma ha ottenuto tre secondi posti in campionato, tre finali di Coppa Italia (due delle quali vinte), tre finali di Supercoppa italiana (una delle quali vinta). Il tutto praticamente senza poter spendere un euro a causa delle disastrose condizioni economiche della società: puntando su un progetto a lungo termine, sulla valorizzazione dei giovani e su pochi e ben ponderati acquisti – realizzati coi soldi ricavati da altre cessioni, ché fondi non ce ne sono. Oggi i debiti della Roma nei confronti di Unicredit si sono fatti talmente ingenti che presto – prestissimo, sembra – la sua famiglia sarà costretta a vendere la società: considerata l’abilità dimostrata nel guidare la Roma in questi anni, potrebbe essere la persona giusta. Per tacere del potenziale rasserenante e sovversivo di una donna alla guida di un mondo maschile e maschilista.

Fabio Caressa
Le sue telecronache sono state le migliori sulla piazza ma ora non funzionano più, e non solo perché in più di un’occasione ha decisamente esagerato con la concitazione e l’enfasi. Le sue telecronache non funzionano più perché l’epicità poetica e tamarra di certe espressioni non può che stridere con le condizioni in cui versa la nazionale italiana: tutti ci ricordiamo dei nomi urlati e scanditi dopo i gol, di CCCANNAVARO durante Italia-Germania, di “alzala alta capitano”. Ma ora, con la nazionale in queste condizioni, cosa c’è da urlare? Quello che una volta fomentava i tifosi, oggi li fa ridere: niente è più ridicolo dell’utilizzo del tono aulico da gladiatore romano per descrivere una squadra tragicomica. Caressa – che al di là delle telecronache, di calcio capisce molto – si dedichi quindi alla nazionale italiana: lo faccia per il Paese, e anche per poter tornare a fare il suo mestiere.

Beppe Severgnini
Storceranno il naso i non interisti, ma se c’è un uomo in grado di mettere la sua correttezza britannica e il suo sereno rigore davanti alle sue passioni nerazzurre (non è detto che ci sia) è lui. Sa di calcio, è uomo di mondo, sa l’inglese, gode di consensi internazionali e fedeli ma vive alla larga dai centri di potere metropolitani. Introdurrebbe dei corsi di dizione per addetti stampa e calciatori (spiegherebbe loro una volta per tutte che l’inno non dice “stringiamoci a corte”), ma saprebbe anche governare e modernizzare i complessi rapporti della nazionale con i media. È il più presentabile dei candidati.

Damiano Tommasi
È stato un calciatore, ma senza gli eccessi e la coattaggine del calciatore medio: un calciatore italiano senza essere un calciatore italiano. Oggi gioca con i dilettanti del Sant’Anna, vicino al paese in cui è nato. Ha sempre dimostrato intelligenza, serietà e ottimo carattere: si è fatto la fama di buono prestandosi a ogni genere di attività di beneficenza e quando preferì il servizio civile alla leva disse di non voler “servire il paese col fucile in mano”. Ci sono altri modi per “servire il paese”: la presidenza della Federcalcio è uno di questi.

Walter Veltroni
Tratteniamo la quota delle battute, che siamo capaci di farle tutti. Ma un uomo che si è detto deluso dal calcio italiano dopo gli scandali è la persona giusta per ricostruirlo. La competenza c’è, e anche la bibliografia, a forza di figurine. È l’unico dirigente in Italia che in questi anni ha saputo costruire un progetto che andasse di ampio respiro: ha fallito sul breve, ma la frequenza quadriennale dei mondiali potrebbe essere il campo adatto per riprovarci. E si troverebbe in un contesto in cui far giocare il primo portiere ma anche il secondo non gli sarebbe consentito, limitando così la sua maggiore debolezza. Purtroppo si è già perso i mondiali in Sudafrica, che sarebbero stati i suoi.