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  • martedì 29 giugno 2010

La guerra in Congo finanziata dai nostri cellulari

I minerali utilizzati per i componenti dei PC e degli smartphone provengono spesso dal Congo e da altre zone di violenza

Grazie alla vendita dei minerali, i signori della guerra ottengono risorse per finanziare le loro loro razzie nel paese africano

“Salve sono un Mac! E io un PC!” dicono i due attori imitando la famosa pubblicità dei prodotti Apple, ma a differenza degli spot originali la coppia scopre di avere in effetti qualcosa in comune: gli apparecchi sono costruiti usando i metalli provenienti dalle aree di guerra dei paesi più disagiati dell’Africa. L’annuncio pubblicitario è stato realizzato da Raise Hope for Congo per ricordare a chi acquista prodotti tecnologici che alcuni componenti dei loro computer e cellulari potrebbero contenere minerali “insanguinati”, come i “blood diamond” (il commercio di diamanti usato per finanziare le guerre africane). La questione è spiegata dal premio Pulitzer Nicholas Kristof sul New York Times.

Uno dei più brutti paradossi del ventunesimo secolo è che alcuni dei simboli più eleganti della modernità – come smartphone, laptop e fotocamere digitali – sono costruiti con minerali che sembra riforniscano le grandi uccisioni di massa e gli stupri in Congo. Vista la ressa di persone in attesa in fila negli ultimi giorni per acquistare l’ultimo modello dell’iPhone, ho pensato: che cosa potremmo fare per sfruttare questa fame per le nuove tecnologie e aiutare a contrastare le stragi nell’Africa centrale? Non mi sono mai occupato di una guerra peggiore di quella del Congo, e mi ossessiona. In Congo, ho visto donne mutilate, bambini forzati a mangiare la carne dei loro genitori, ragazze vittime di stupri e distrutte nel loro io. I signori della guerra finanziano parte delle loro scorribande attraverso la vendita di minerali grezzi contenenti tantalio, tungsteno, stagno e oro. Per esempio, il tantalio dal Congo viene utilizzato per costruire i condensatori che vengono utilizzati nei telefoni, nei computer e nelle console dei videogiochi.

Nelle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo si consuma da anni uno dei più sanguinosi conflitti dalla fine della Seconda guerra mondiale. La guerra e le carestie hanno portato alla morte di almeno 5,4 milioni di persone, con 45mila nuove vittime ogni mese. Bande armate, gruppi tribali e milizie non governative si rendono protagonisti di incursioni, razzie e massacri di civili.

Secondo gli attivisti, i produttori di elettronica cercano di nascondere la verità sui minerali provenienti dalle zone di guerra dell’Africa per non mettere in cattiva luce i loro prodotti. Le associazioni come Raise Hope for Congo si battono per creare maggiore consapevolezza intorno ai prodotti elettronici e sfruttano la Rete per farsi sentire. Social network e siti per la condivisione dei video sono pieni di messaggi e inviti rivolti ai grandi produttori, come Intel, Apple e RIM (il produttore dei BlackBerry) per arrestare l’utilizzo dei minerali insanguinati. Il tantalio, per esempio, potrebbe essere importato principalmente dall’Australia, evitando quello congolese.

Un mese fa, complice la campagna di Raise Hope for Congo, la pagina di Intel su Facebook è stata invasa da centinaia di messaggi di iscritti al social network che richiedevano alla società di fare chiarezza sui minerali insanguinati dall’Africa. La società ha chiuso la pagina per alcune ore, facendo aumentare ulteriormente la rabbia e l’indignazione degli iscritti. Numerosi attivisti hanno manifestato durante l’inaugurazione di un nuovo Apple Store a Washington. La società di Steve Jobs dice di non utilizzare le materie prime provenienti dalle aree di guerra, ma tenere traccia del percorso dei minerali non è semplice e spesso i fornitori mentono ai loro clienti.

Eppure le verifiche attente e meticolose potrebbero essere condotte senza particolari spese aggiuntive per le società, sostengono gli attivisti. I produttori hanno firmato degli accordi con i loro fornitori a garanzia dell’origine delle materie prime, ma i controlli non vengono poi effettuati seriamente. E partendo da queste considerazione, Kristof conclude il proprio articolo con un appello:

Dovremmo essere in grado di tagliare le risorse ad alcune delle milizie più violente del mondo dicendo chiaramente ai produttori di elettronica che non vogliamo che i nostri amati gadget arricchiscano uomini armati sadici. Nessun tablet o cellulare può essere considerato “cool” se in qualche modo aiuta a perpetuare una delle più brutali guerre del pianeta.

Come spiega John Hudson sull’Atlantic, l’articolo pubblicato sul New York Times è stato ripreso da molte delle testate online che si occupano di tecnologia. Gizmodo, uno dei siti di informazione su gadget e informatica più seguiti, propone una profonda revisione della distribuzione delle materie prime che certo non risolverebbe di colpo i problemi del Congo, ma potrebbe comunque avviare un nuovo corso nel settore. ComputerWorld è invece più pessimista: «Apple e gli altri produttori fanno affidamento sui loro fornitori per sapere se i minerali provengano o meno dal Congo. Credete davvero che i fornitori dicano la verità? Naturalmente non lo fanno».

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