• Mondo
  • domenica 13 Giugno 2010

La prostituzione ad Amsterdam

Nel 2000 sono stati legalizzati anche i bordelli, dichiarati fuori legge nel 1911 per evitare lo sfruttamento o la coercizione delle lavoratrici

Da qualche mese si discute di una nuova legge che renda obbligatorie le licenze e stringa i criteri per la regolarizzazione. Basterà?

di Francesca Barca

In Olanda la prostituzione non è mai stata perseguibile penalmente. Nel 2000 è stato fatto un passo avanti e sono stati legalizzati anche i bordelli, dichiarati fuori legge nel 1911 per evitare lo sfruttamento o la coercizione delle lavoratrici. Da quel momento i lavoratori e le lavoratrici del sesso sono diventati “legali”. Lo spirito della legge è quello di adeguare la norma legislativa alla situazione esistente: i bordelli non hanno mai smesso di esistere ma venivano tollerati se non creavano problemi, che si trattasse di ordine pubblico o collusione con la criminalità. La legge olandese tutt’ora in vigore considera i lavoratori e le lavoratrici del sesso alla stregua di lavoratori normali, con regime di libero professionista o di impiegato. Questo significa che pagano le tasse e che, in caso di interruzione non volontaria di lavoro dipendente hanno diritto alla disoccupazione. Va detto che «la prostituzione è riconosciuta come professione, ma non viene considerata un lavoro appropriato. Ne consegue che gli uffici di collocamento non possono pubblicare offerte di lavoro per questo settore né agire come intermediari per posti di lavoro nell’industria del sesso», riporta il sito del Consolato dei Paesi Bassi in Italia.

Esistono poi tutta una serie di tutele sul lavoro piuttosto liberali: se si tratta di prostituzione su strada i lavoratori hanno accesso a zone di riposo e ristoro, disponibilità di preservativi, cure mediche gratuite ma non obbligatorie (non deve passare il messaggio che la prostituzione sia veicolo di malattie, nonostante quattro check up annui siano caldeggiati). La professione in locali, come per i coffee shop, si esercita sotto una licenza fornita su base comunale secondo lo spirito olandese di rispetto e di delega alle autorità locali. Secondo la legge attualmente in vigore non si può vietare una licenza per ragioni morali o etiche.

Secondo i dati governativi in Olanda ci sono 25 mila lavoratori del sesso, ripartiti in circa 6 mila zone lavorative. Si stima che circa due terzi siano immigrati: negli anni Settanta la maggior parte arrivava dalla Thailandia o dalla Filippine, negli anni Ottanta dall’America Latina. Dopo la caduta del muro di Berlino (e soprattuto con l’allargamento a Est dell’Ue) dall’Europa centrale e orientale. Questi dati, ricevuti dal Ministero degli Esteri, sono gli stessi che figuravano nel 2005. Il che fa pensare che, nonostante il tentativo di catalogare, quella legata alla prostituzione sia ancora una realtà fluida. Perché? «Effettivamente alcuni dicono che il 60-70% delle lavoratrici del sesso sono immigrate, ma come possiamo esserne sicuri? Non ci sono registrazioni. Molte lavoratrici olandesi lavorano negli appartamenti e non sono registrate. Io stessa ho una madre tedesca, che definizione usano di “migrante”? Sicuramente le vittime del traffico di esseri umani sono maggiormente migranti», dice Marianne Jonker dell’associazione Soaaids, che si occupa di prevenzione e servizi sanitari connessi ai lavoratori del sesso.

1 2 3 Pagina successiva »